Attualità

Atroce delitto di cronaca: la colpa è del groviera

La suggestiva teoria dei buchi nel formaggio spiega l’impossibilità di prevedere crimini atroci

Durante l’ultima riunione di redazione il direttore, uno dei pochi “laici” in mezzo al branco degli strizzacervelli del giornale esordisce: «Prendiamo l’orribile strage di Cisterna di Latina: lui, carabiniere sposato in via di separazione, spara alla moglie, poi spara e uccide i suoi due bambini, poi si uccide. Già in passato era stato denunciato per violenze famigliari dalla moglie. Possibile che si ripetano casi del genere, possibile che non ci sia stato un intervento preventivo? Risulta che spesso le vittime di questi gesti sconsiderati e mostruosi avessero detto a parenti e vicini che avevano paura, che stavano male, che erano sotto pressione, chiedevano aiuto e nessuno è stato capace di rispondere…»

Il tono è implicitamente accusatorio: sembra puntare il dito dritto verso di noi, verso tutte quelle persone che hanno per professione gli strumenti per scandagliare le profondità dell’animo umano e tutti gli oscuri recessi.

Spesso quando capitano situazioni di questo tipo è irrinunciabile la tentazione di andare a ricercare a posteriori gli indicatori di pericolo, a ritrovare nella storia delle persone quegli elementi che hanno portato al tragico epilogo.

«È come la questione del groviera», esordisco io subito lasciando interdetto il mio uditorio. Per evitare che i miei colleghi pensino che mi presenti alterato alle riunioni di redazione, o che in qualche modo sia vittima di qualche sindrome dissociativa, mi spiego meglio. «È una suggestiva teoria scientifica del professor James Reason, della Manchester University, in merito alla capacità di prevedere eventi catastrofici: egli sostiene che

le anomalie nei sistemi complessi ricorrono con una incidenza spesso simile: ciò che scatena l’evento catastrofico è in realtà l’allinearsi di più anomalie.

Il ricercatore usa la metafora del groviera: il numero di bolle (buchi) presenti in una porzione di groviera dal punto di vista matematico ricorre con una certa regolarità, la distribuzione dei buchi è però stocastica (casuale). Per questo motivo in teoria può succedere che più buchi si allineino permettendo quindi di penetrare il formaggio senza toccarlo. L’evento catastrofico dunque non è causato dai singoli buchi ma da dal loro fatale allineamento».

Detta così sembra una suggestiva teoria e nulla più, in realtà a mio modo di vedere rappresenta, pensando a sistemi molto complessi, la sostanziale impossibilità nel predire eventi catastrofici.

Se si pensa a sistemi quali le aziende questa teoria ha dato e dà una serie di spunti interessanti per cercare di evitare l’allineamento delle anomalie; parlando della scienza psicologica invece tutto diventa davvero misteriosamente complicato.

Di fatto l’abilità di noi psicologi è quella di spiegare a posteriori fatti e comportamenti, dando loro significati e valori.

Questo aspetto della psicologia sorprende i non addetti ai lavori perché spesso nella folk psichology siamo investiti di un’aura di particolare potere al limite del vaticinio, rinforzata anche da tutte le serie televisive che mostrano pletore di profilers in grado di trovare il “soggetto ignoto” attraverso profili e comportamenti.

A essere onesti penso che la capacità di predizione della psicologia sia inferiore a quella di un buon astrologo. Almeno quest’ultimo spesso ci rassicura e tutto sommato costa di meno.

Il rapporto tra psicologo e cliente è un rapporto che si costruisce nel tempo, con il fluire emotivo delle sedute; quando la psicologia smette i panni dell’esperienza personale e intima e cerca di diventare scienza statistica, epidemiologica, crolla sotto il tentativo di guardare i grandi numeri e perde la sua natura originaria, consegnandosi alla superficialità dell’ovvio.

Allora tutti lì a ragionare su come si sarebbe potuto prevedere il delitto in prima pagina, su come sia pericoloso che persone emotivamente provate siano anche membri delle forze dell’ordine e possiedano armi. Come a dire che allo stato attuale tutte le altre persone sono assolutamente equilibrate e non rappresentano un rischio per loro stessi e per gli altri.

Essere depressi non basta, avere un’arma non basta, avere tendenza alla violenza nemmeno e nemmeno essere sotto stress.

Sono tutti fattori di rischio, tutti buchi del groviera. Fino a quando non si allineano producono sofferenza e disagio ma non catastrofi.

Dovremmo essere più onesti con noi stessi e con gli altri e, anziché cedere alla tracotanza di chi spiega a posteriori, dovremmo ammettere che la vera prevenzione consiste nel tornare al nostro lavoro, ovvero a proporre spazi di ascolto, momenti di condivisione e di prossimità rispetto alla fatica della vita, occupandoci di singolarità, nella speranza continua che i buchi non si allineino.

Filosofo, psicologo, psico-oncologo, criminologo, counselor e musicoterapeuta, con una lunga esperienza nell’ambito clinico, formativo e accademico. Svolge attività di docenza universitaria presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e il Policlinico IRCCS San Matteo di Pavia, collaborando con la Facoltà di Medicina e Chirurgia. È inoltre visiting professor e docente in diversi contesti accademici e professionali. Dal 2005 opera come supervisore clinico presso il Dipartimento di Salute Mentale di Novara e collabora con numerose strutture sanitarie, tra cui il Policlinico San Matteo e la Fondazione Lighea Onlus, dove si occupa di supervisione, formazione e supporto agli operatori sanitari. Ha maturato una significativa esperienza nella formazione di gruppi, nel counseling e nella gestione delle dinamiche relazionali in ambito sanitario, educativo e organizzativo. È anche vicedirettore del giornale online “Fuoritestata”. Autore di numerose pubblicazioni in ambito psicologico, filosofico e clinico, si occupa in particolare di tematiche legate alla depressione, alla comunicazione, alla supervisione clinica e alla relazione d’aiuto. Vive e lavora a Milano.

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