«Come si dice?… Grazie!». E poi: «Ringrazia la maestra», «ringrazia la zia»… pure il Giorno del Ringraziamento hanno inventato!
Da parecchio tempo penso a cosa voglia dire, in fondo, essere grati, quali sfumature ci siano alla base del sentimento di gratitudine e, come al solito, emergono caleidoscopiche direzioni che pare si contraddicano a vicenda.
Vi è allora un «grazie» di maniera, frutto di addestramenti infantili, resa davanti al potere degli adulti, dei maestri e poi dei capi. Figli che debbono quindi da sempre rendere grazie ai propri padri, sia nella genealogia che nel lavoro, nella vita in generale.
Poi vi è un «grazie» che nasce dal potere stesso, un «grazie» falsamente modesto, figlio di un narcisismo pericoloso che propone un Io magnanimo e così modesto da mettersi al pari degli ultimi, una versione laica della lavanda dei piedi in cui il Maestro diviene servo e si prende cura degli ultimi, ringraziandoli di fornire a lui la prova della propria riluttanza davanti al potere, al grado.
C’è anche una gratitudine che ci fa schiavi, una gratitudine “mafiosa” nei confronti di quelle persone che ci hanno messo nel posto che occupiamo, che ci danno potere e spazio a patto che noi, con la nostra gratitudine, facciamo professione di fede e lealtà. La gratitudine dunque diventa ricatto, gabbia dorata dalla quale non si può e forse per certi versi non si vuole uscire. Un sentimento che induce e nutre una costante dipendenza, una situazione del «se non ci fossi io…», un abbraccio mortale tra chi aiuta e al contempo lega e chi dichiara di voler essere libero ma non riesce a fare i conti con la solitudine e il rischio di vivere: allievi ribelli che non riescono a liberarsi di maestri pusher di dipendenza spacciata per aiuto o saggezza.
Fino a qui la gratitudine nella sua manifestazione esteriore, nella sua fenomenologia.
C’è qualcos’altro però, a ben guardare, a guardare l’erba dalla parte delle radici (per parafrasare il titolo di un libro di Davide Lajolo). Mi sembra che questo sentimento complesso rappresenti dimensioni tra loro difficilmente conciliabili, profondamente dolorose ma che, a mio avviso, vale la pena di esplorare.
Essere grati verso qualcuno o qualcosa innanzitutto implica fare i conti con una nostra mancanza, con una nostra fatica. Da qui assistiamo a una divaricazione emotiva: sono grato a una persona e al contempo percepisco il dolore o la rabbia o il disagio di avere avuto bisogno.
Gratitudine, dunque, che nasce dalla percezione intima di essere incompleti, mancanti, caduchi.
«Io non voglio dire grazie a nessuno» potrebbe sembrare la frase di una persona indipendente e risoluta ma, a mio modo di vedere, nasconde tutta la fatica, e dunque la negazione, dell’aver bisogno, dell’essere mancanti.
A questa forma di gratitudine io personalmente attribuisco grande valore, perché è un dire che ha un costo piuttosto alto, che ci consegna una percezione di noi consapevole delle crepe, delle ferite, delle fatiche e non si nasconde dietro l’arroganza del primo della classe.
Quando, alla fine di un incontro, mi accade di sentirmi dire grazie (questo tipo particolare di grazie) mi sento felice perché ho l’impressione di aver ricevuto in dono dalle persone la loro parte più fragile e delicata e di aver contribuito alla sua custodia.
Ma più difficile per me è stato imparare — a volte impormi — di fare professione di gratitudine, cercando di non fuggire di fronte alla mia fragilità e cercando di avere fede nella persona che in quel momento mi ha aiutato nel passaggio difficile.
In fondo, ciascuno di noi da solo non può farcela e forse essere grati ci aiuta anche non sentirci soli.


