I lockdown, l’isolamento e l’annientamento lento degli anziani

Un lento allontanamento dalla vita che non ha a che fare tanto con l’età che avanza quanto con la mancanza di stimoli e relazioni sociali. Giuliana Torre, psichiatra e psicoterapeuta, spiega cosa si intende per suicidio rimandato o differito

Franco è un attore anziano, un uomo noto abituato a essere fermato per la strada dai suoi fan per un selfie o un autografo, una vita insomma sempre al centro dell’attenzione, ma con il lockdown tutto cambia. Non potendo uscire di casa Franco non è più lo stesso, la percezione di sé cambia, inizia a non sentirsi più nessuno e incomincia a isolarsi. Si chiude in casa a guardare la tv, il telefono squilla ma lui risponde sempre più raramente.  Un giorno tra la cucina e il salotto Franco scivola e cade, moltissimi potrebbero venire in suo aiuto, ma lui non telefona a nessuno e così resta a terra per 2 giorni. Sarà un amico a riuscire a entrare a casa sua e a portarlo in ospedale. Da quel momento Franco è invaso da telefonate, gli infermieri lo sostengono e sotto le finestre della sua stanza gli amici improvvisano perfino un concerto in suo onore. L’effetto è sorprendente, in breve tempo l’’attore’ si riappropria del suo ruolo, la salute migliora e dopo qualche mese può tornare a casa. Pochi giorni fa Franco ha festeggiato il suo compleanno con una grande festa circondato dagli amici di sempre. 

Ho raccontato questo episodio per introdurre una questione importante “i suicidi rimandati o differiti”, un tema complesso qui affrontato da Giuliana Torre, nota psichiatra e psicoterapeuta milanese.

“Il nostro cervello funziona se è stimolato, questo significa che se una persona anziana è messa in isolamento una buona parte delle sue competenze si spengono. L’isolamento porta a un’accelerazione, o meglio a un aggravamento di quel fisiologico processo di allontanamento alla vita che avviene normalmente nelle persone anziane”.

Oltre alla grande sofferenza, le conseguenze di tutto ciò sono irreversibili. 

“Il rischio più grande è che non essendoci una manifestazione patologica come l’insonnia o la depressione, tutto ciò viene scambiato come il normale cammino dell’anziano e, così, di questo inconsapevole cammino verso il suicidio differito nessuno se ne occupa.  Lo dimostra ciò che accade nelle case di riposo dove gli anziani abbandonati a se stessi, si lasciano morire ogni giorno sempre più. Perché, attenzione, chi è in una situazione di scivolamento non se ne rende conto, se non ho l’interesse per la vita non ne sento neanche la mancanza.  Il nostro errore è scambiare tutto questo per depressione o per normale atteggiamento dell’anziano, in verità si sta verificando non solo un deficit psicologico, ma una forma di incapacità mentale, una parte di cervello taglia le sue competenze, un’azione irreversibile”. 

 Un grave rischio a cui per fortuna si può porre rimedio, la cura c’è e non è farmacologica. 

“Le pillole non servono, nel momento che si evidenzia una grave perdita di competenza, la questione deve essere più possibile condivisa, è necessario creare delle reti di sostegno, recuperare la socialità: queste sono le vere cure che consentono al cervello di riattivare la voglia di uscire, di telefonare, d’incontrarsi”.

Per accorgersi in tempo del pericoloso processo in atto, i campanelli di allarme ci sono. Il perdere interesse verso la vita nell’anziano può essere inconsciamente causa di incidenti. 

“Tra i sintomi del suicidio differito ci sono tutti gli atti mancati, dal lasciare aperto il gas all’autolesionismo. Non si tratta di azioni razionalmente scelte, piuttosto di quello scivolamento che porta inevitabilmente in quella direzione. Per questo è necessario intervenire fin da subito”.  

Ha un decorso veloce? 

“No per fortuna, ma bisogna fare attenzione. Il lockdown è stato un amplificatore che ci ha dato modo di capire tutto ciò, ma ovviamente questo rischio c’è ogni volta che si presenta un isolamento o un abbandono affettivo, dunque al di là del covid e dei costi sociali che ne derivano, dobbiamo ricordarci che gli anziani devono mantenere il rapporto con il mondo esterno che esiste e ci rimanda l’idea della vita. Purtroppo, quando si parla di isolamento, lo si fa sempre e solo da un punto di vista psichiatrico, è il caso invece di osservare la questione da un’altra angolazione”. 

Come possiamo agire per evitare tutto ciò?

“Il fatto che la vita si sia allungata fa sì che il naturale processo di separazione sia molto più diluito e dunque impercettibile. Poter condividere il morire potrebbe diventare un’occasione in cui gli anziani possono parlare della loro situazione e di ogni loro interesse, fino a quando ne sentono il calore dentro di sé”.

 

Livia Grossi

Livia Grossi è una giornalista di Milano che da oltre 20 anni si occupa di teatro e cultura per le pagine del Corriere della Sera. L’amore per i viaggi l’ha portata a realizzare alcuni reportage. Da qualche tempo i servizi realizzati in Africa, Albania e Sud America sono diventati “reading teatrali” o meglio pagine di “Giornale Parlato”: una nuova forma di giornalismo detto in scena, come se il palco fosse una pagina di un magazine con contributi fotografici, interviste in video, musica dal vivo e la giornalista che “dice il pezzo” guardando negli occhi il lettore. I suoi lavori sono stati oggetto di servizi d’approfondimento RaiTg3 e ospiti in importanti teatri e Festival

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