“Hai appreso di quel nostro collega, che ha lasciato moglie e bambini? Non lo guarderò più con gli stessi occhi”; “hanno descritto mio figlio come un chiacchierone, dovrebbero assistere al suo atteggiamento in casa per capire com’è veramente”; “quell’uomo è matto”. In fila alla posta o nella sala d’attesa di un ambulatorio, quando non si veste la maschera della performance, i discorsi sommari tra adulti si impongono senza chiedere permesso alle orecchie di chi è in attesa e si annoia. Si sentono dichiarare, infatti, le fatidiche sentenze per cui l’altro, inteso come persona diversa da sé, deve corrispondere all’immagine immutabile che gli è stata predeterminata in quel momento: negli esempi poc’anzi descritti, all’immagine di marito, figlio silenzioso e malato.
Tra i vari uditori, l’anziano che ha raggiunto una certa dose di saggezza, riesce a manifestare una forma di sospensione del giudizio verso le chiacchiere ascoltate. L’adulto, invece, si appresta a non origliare, distraendosi e pensando ad altro, ma sa che nella sua mente le sentenze dichiarate hanno dato il via alla costruzione di un’immagine che per la mente è oggettiva.
Dal punto di vista della “vittima”, che possiamo anche definire come soggetto visto, questo processo potrebbe creare la stessa lacerazione che per lungo tempo ha reso inquieto il personaggio di Pirandello, Vitangelo Moscarda, indaffarato a scoprire attraverso vari esperimenti le fasi della disgregazione della sua identità in uno, nessuno e centomila. Da un’osservazione della moglie sulla pendenza del suo naso, infatti, quest’ultimo sprofonda in una crisi esistenziale che lo spoglia della certezza di non essere più uno ma fratturato in un’infinità di immagini che gli altri hanno di lui e che non si sente appartenere.
Come si può stare quieti, si interroga il protagonista del romanzo a pensare che c’è una persona che “s’affanna a persuadere agli altri che tu sei come ti vede lui e a fissarti nella stima degli altri secondo il giudizio che ha fatto di te e ad impedire che gli altri ti vedano e ti giudichino altrimenti?”
Così come l’adulto delle frasi prese in esame ha fatto?
A Vitangelo Moscarda, infatti, bastò sperimentare in sé stesso la volontà di rappresentarsi diverso a uno dei centomila in cui viveva perché s’alterassero in centomila modi diversi tutte le altre sue realtà. Sorge spontanea la seguente riflessione che prende in considerazione sia il soggetto visto che il soggetto che guarda: rispetto al primo, come fare ad adattare ciascuna immagine al giusto interlocutore, senza correre il rischio di diventare un altro irriconoscibile ed estraneo alle persone che si incontrano? E soprattutto, è necessario attivare questo processo di adattamento? Riguardo al secondo, invece, come allontanarsi dal pensiero illogico che esista un’unica realtà oggettiva che in un’immagine racchiuda la vita intera di una persona?
Pirandello forse ci insegna che la messa in discussione di tutti gli attori in gioco, ovvero di chi guarda e di chi è visto, è imprescindibile. Servono menti plastiche che non ragionano per logiche binarie a comprendere la complessità umana.
Solo l’accettazione della reciproca frammentazione dell’Io aiuta ad entrare in relazione con la totalità della persona; altrimenti avremmo davanti un Nessuno, che si aliena per non sottostare alle immagini derivanti dalla società, come spesso succede nella psicosi, oppure un Uno che è immutabile, perché può essere solo quello e non altro. Tale processo non è forse uno degli ingranaggi che mette in moto, ad esempio, il fenomeno dello stigma sul malato psichiatrico?
Pensate che ingiustizia debba essere sentirsi giudicati per l’intera esistenza per quell’uno di noi che è stato diagnosticato come malato, che per noi è solo l’uno di tanti, mentre per l’altro invece è il tutto.
Laddove, quindi, ci immobilizziamo su un’unica immagine, è il momento opportuno per rinfrescarci la mente con nuove domande. E se fosse sano colui che sa di disgregarsi in centomila immagini? E irragionevole la società che ritiene Vitangelo Moscarda pazzo?


