Il senso del cane per il suo padrone

Si tratta spesso di un rapporto simbiotico, in cui la presenza dell’animale offre tutta una serie di vantaggi secondari. Ma soprattutto permette al proprietario, rivolgendosi a lui come a un proprio interlocutore, di intrattenere un continuo colloquio con se stesso.

Esco nel giardino del ristorante per una breve pausa, fumo. Un signore che ha avuto la mia stessa idea è seduto su una panchina, un grosso cane peloso ai piedi. Parla a voce bassa, penso a un telefono invisibile. Giunge fino a me qualche brandello di frase: “…ho mangiato troppo… domani… al parco…”. Mi accorgo che non c’è nessun telefono, parla al cane, o meglio a sé stesso perché l’animale non lo degna di uno sguardo, la testa girata, con sovrana indifferenza, da un’altra parte.

Scendo all’edicola sotto casa, attraversa il mio percorso una giovane donna bellissima, tacco 12 e abbigliamento che ne accresce la seduzione. Intercetto per un attimo il suo sguardo e mi perdo in un sogno: innamoramento fulmineo. Poco dopo, di ritorno verso la mia abitazione, la rivedo: si infila un guanto di plastica e raccoglie con mossa esperta gli escrementi di un batuffolo bianco che le scodinzola intorno: l’incanto dell’impossibile avventura è rotto per sempre. Resta il dubbio: che il disgusto improvviso sia una forma di difesa? Mi coglie il ricordo – di molti e molti anni fa – della reazione di alcuni ragazzi al passaggio di splendide, sdegnose fanciulle. Le seguivano con occhi adoranti e libidinosi finché uno di loro le liquidò lapidario: “Quelle non sanno cucinare”.

Associazioni a parte, le due scene, l’uomo della panchina e la bella impossibile, rappresentano i poli all’interno dei quali si articola il rapporto simbiotico cane-padrone. Penso a tutta l’infinita letteratura sul tema, a cominciare dal cane Argo: 35 versi all’interno di un poema che ne conta più di 12.000 sono bastati a farne un mito, concentrato simbolico di fedeltà, devozione, amore incondizionato, elementi passati a caratterizzarne l’intera specie animale.

Tralasciando tutta la fiorente narrazione retorica a proposito, mi viene spontaneo considerare il fedele animale una protesi del padrone, un prolungamento del suo arto, un’appendice completamente integrata al suo corpo.

Forse, proprio per questo un cane, anche molto amato, quando muore molto spesso viene presto sostituito da un suo simile, che sarà anch’esso molto amato: il padrone non può farne senza perché, privo, si sente incompleto, mutilato, mancante di una parte di sé. La sua presenza offre poi tutta una serie di vantaggi secondari: l’opportunità di intrecciare amicizie, durante le passeggiate mattutine o notturne, sulla base dei comuni interessi canini, incontri in cui si può parlare a lungo, scambiandosi confidenze sul carattere e le prodezze dei propri cari, trovando ascolto e partecipazione emotiva; la possibilità di evitare noiose riunioni familiari  ( “Mi dispiace, verrei volentieri, ma ho il cane…”), incontri sociali indesiderati (“Scusate, non posso trattenermi, devo portare fuori il cane…”), viaggi sgraditi (“Purtroppo non posso, non so a chi lasciare il cane…” ).

Ma il vantaggio maggiore è che parlare al cane permette di confessarsi, di mantenere un continuo, intimo colloquio con sé stessi, che può assumere il carattere di un vero e proprio esercizio di autoanalisi.

P.S. Temo che questo articolo mi procurerà pesanti critiche da parte di amici e soprattutto di amiche. È anche possibile che qualcuno di loro mi tolga il saluto. Chiedo scusa se urterò la loro sensibilità e faccio appello all’indulgenza del nobile animale.

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Joaquin Otuvas

Psicologo e psicoterapeuta. Professore "Libre Universidad de Salamanca".(traduzioni dallo spagnolo a cura di Carlo Perez )

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