Il crimine non è una malattia

Un fotogramma dal film “Joker” del 2019, di Todd Phillips, con Joaquin Phoenix nella parte del protagonista, Arthur Fleck / Joker, mentre guarda fuori dal finestrino dal sedile posteriore, a destra, di un’auto della polizia, truccato da pagliaccio e con un’aria meditabonda.
Un fotogramma dal film “Joker” del 2019, di Todd Phillips, con Joaquin Phoenix nella parte del protagonista, Arthur Fleck / Joker, mentre guarda fuori dal finestrino dal sedile posteriore, a destra, di un’auto della polizia, truccato da pagliaccio e con un’aria meditabonda.
Di fronte a qualsiasi fatto delittuoso si tendono a individuare nella vita dei responsabili tracce di disagio psichico o di disturbi comportamentali. Questo processo di sanitarizzazione colloca il crimine in una dimensione di malattia, sostituendo la diagnosi psichiatrica al giudizio morale

Ho letto che uno dei componenti del terzetto che la notte del 4 gennaio si è divertito a stendere un filo d’acciaio ad altezza d’uomo attraverso le corsie di viale Toscana, a Milano, è stato rintracciato in reparto psichiatrico, dove si era fatto ricoverare dopo il fattaccio. Nel frattempo, si è già iniziato a parlare di una storia di disagio psichico e di tossicodipendenza nel passato di quello che viene considerato il capo del gruppo, subito arrestato. Gli avvocati difensori sono al lavoro.

Ormai non vi è quasi atto criminale in cui, scavando nella vita dei presunti colpevoli, non ci si affretti a ravvisare segni di fragilità psicologica, disturbi comportamentali, instabilità dell’umore, assunzione di sostanze psicoattive, traumi pregressi, tracce di disagio psichico… Un individuo affetto da sofferenza psichica può ottenere pene più lievi ed è comprensibile che autori di reati e avvocati difensori cerchino di approfittarne, ma oggi siamo in presenza di un vero processo di sanitarizzazione del crimine.

Dove sono finite la cattiveria, la malvagità o, più semplicemente, la stupidità colpevolmente irresponsabile? La diagnosi medica ha ormai sostituito il giudizio morale. Il Male è stato espulso dalla società?

Mi sono ricordato di una confidenza fattami anni fa da una infermiera che lavorava nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia. I malavitosi usavano far visitare i figli adolescenti al fine di procurare loro una diagnosi che ne certificasse disturbi di carattere psichico, diagnosi da esibire in tribunale più tardi, qualora in età adulta fossero stati sottoposti a processo. Risultato: Barcellona Pozzo di Gotto era, ai tempi, pieno di esponenti della criminalità organizzata che scontavano la loro condanna in un ambiente meno duro rispetto alla prigione.

Certo, ci sono segnali preoccupanti di un aumento del disagio psichico cui il sistema sanitario nazionale stenta a dare risposte adeguate, ma non tutti i gesti dissennati meritano automaticamente una diagnosi psichiatrica, e comunque difficilmente, anche nei casi più gravi, viene annullata la capacità di intendere e di volere, di distinguere il bene dal male. Tutti noi siamo portatori di parti cattive che abbiamo imparato a reprimere e a gestire, ma che possono in ogni momento affiorare. I social sono lì a dimostrare che l’anonimato permette di liberare la ferocia che cova nel profondo.

Possiamo considerare le azioni delittuose una patologia sociale, ma non una patologia medica; farlo risponde piuttosto all’esigenza di allontanarle da noi, collocandole in una dimensione altra rispetto alla sanità mentale di cui pensiamo di essere portatori.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *