In questo scorcio di fine estate è intervenuta a eccitare la curiosità e il voyeurismo degli italiani la telenovela del ministro Gennaro Sangiuliano e della sedicente dottoressa Maria Rosaria Boccia, recitata a puntate, come si addice a una autentica soap opera.
Giornalisti, politici, intellettuali, esperti di comunicazione si sono esibiti nei più vari commenti e in molteplici interpretazioni, tentativi di dare forma a una verità sfuggente: chi ha tradito chi… chi ricatta chi… chi mente… chi complotta… chi spia chi…
Quanto a me, ho provato imbarazzo e tristezza guardando l’immagine del ministro, apparso in TV a rendere pubblica confessione e a recitare l’atto di contrizione, e non per le lacrime, più o meno sincere, versate. Ho visto un uomo piccolo piccolo (e non alludo alla statura), senza qualità, che snocciolava un campionario di bugie infantili alle quali riusciva perfino a credere, trasformando una vicenda politicamente scabrosa in una farsa.
Mentre assistevo a quello spettacolo indecoroso, ho però sentito l’originaria indignazione mutarsi lentamente in un senso di disagio e infine di strazio.
Mi sono a lungo domandato la ragione del sentimento struggente che provavo. Poi, dalla lontananza di memorie giovanili, è improvvisamente emerso il volto del professor Roth, il severo e autorevole insegnante interpretato da Emil Jannings nel film L’Angelo azzurro (1930), regia di Josef von Sternberg dal romanzo di Heinrich Mann, che si innamora perdutamente di Lola Lola, sensuale artista di varietà interpretata da Marlene Dietrich, per la quale rinuncia alla sua vita e si aggrega alla troupe cabarettistica, finendo per essere costretto a vestire la giubba del pagliaccio e a esibirsi trasformato in un galletto starnazzante.
Non mi aspetto certo, né mi auguro, che il futuro dell’ex ministro sia così drammatico: per lui, spento l’attuale clamore, si troverà una sistemazione soddisfacente, dove potrà esprimere i suoi talenti; a me la sua figura lascia un senso di disagio e induce alla commiserazione, mentre i due volti, il suo e quello del professor Roth, si sovrappongono e si fondono nella mia mente.
Forse l’uomo non merita tutta questa empatia, ma nei suoi confronti penso di aver sperimentato quel “sentimento del contrario” che Pirandello teorizza nel saggio sull’Umorismo: quando nel riso che suscita un comportamento inadeguato o un personaggio farsesco si insinua la compassione.


