«Ci sono due condizioni per la felicità: la relazione col mondo e la cognizione del dolore».
Devo dire che questa frase tratta da I quattro maestri di Vito Mancuso, teologo al quale mi sento particolarmente legato, mi ha fatto pensare e, dopo alcuni giorni da quando l’ho letta, continua a riproporsi e a interrogarmi.
Già, perché mentre sul fatto che la felicità debba essere in qualche modo connessa all’armonia col mondo, alla relazione con esso, penso che ciascuno di noi non possa obbiettare, la connessione tra felicità e cognizione del dolore invece mi interroga molto e devo dire che mi apre una radura di senso che mi piacerebbe esplorare, in quel tentativo mai domato in me di approdare – prima o poi – su una spiaggia con sabbia meno calda o ciottoli meno appuntiti.
Dunque, che c’azzecca la cognizione del dolore con la felicità? Come possono essere messe insieme queste due cose così distanti, così opposte?
A mio modo di vedere, esse rimangono antitetiche e per certi versi non proponibili in coppia, se adottiamo quella visione del mondo nella quale siamo precipitati, ovvero quella dimensione in cui il dolore si oppone alla vita, come se pensassimo a uno scorrere del tempo in cui al giorno non si alterna la notte, in cui non ci sono giornate di pioggia o di caldo eccessivo.
Dunque, se davanti a noi immaginiamo, come direbbe Benjamin, il mondo in cui è sempre domenica, allora il dolore diverrebbe assolutamente estraneo, improponibile, da espellere. Rifiutando invece quella che Byung Chul Han definisce la società «algofobica», cioè accettando, comprendendo, cercando di fare spazio alla dimensione del dolore, facendo entrare la fatica, il tedio e financo la morte nelle nostre vite, allora forse possiamo approdare a una dimensione di felicità che – concorderebbe forse con me anche Mancuso – potremmo meglio definire come serenità, ci renderebbe merito dell’essenzialità della dimensione dolorosa per la conquista della felicità stessa.
Ma cosa stiamo dicendo?
Forse non sarebbe possibile essere felici senza “sentire” il dolore?
Senza esserne consapevoli?
Ancora una volta dinnanzi a noi si erge una doppia interpretazione della felicità: felicità come fuga dal dolore, come rifugio in una dimensione in cui si ricerca la sensazione, oppure felicità come conquista di una maggiore stabilità, come rifugio dagli appetiti ed esercizio di bellezza.
Ancora una volta dunque adrenalina vs serotonina, l’una inebriante e seducente, l’altra rassicurante e amica.
In ultima analisi, dunque, starà a noi scegliere se vivere nel mondo sfavillante ed eccitante della fuga dal dolore oppure accettare la sfida della serenità, di quel «mi piego ma non mi spezzo» che certo convince meno ma forse promette di più.
Tanto in ogni caso dalla vita nessuno esce vivo.


