Una composizione grafica che raffigura un uomo, al centro, in piedi, con le braccia legate per i polsi da lunghe corde rosse, sottili e tese, a due grandi mani rosse che sbucano dai bordi laterali dell'immagine e tirano le corde. Al posto della testa l'uomo ha un groviglio di corde rosse.
Psiche

Dove è finito il libero arbitrio?

Sta diventando rilevante il numero di persone incerte sulla propria identità, che si sottraggono all’azione e vivono con angoscia l’esercizio della libertà di scelta. Che il Libero Arbitrio stia evaporando? Il prodigioso sviluppo tecnologico cui assistiamo tende forse a liberarci dal peso della libertà?

Nella mia professione mi capita di incontrare con sempre maggiore frequenza persone che soffrono di perdita di identità o che affidano la loro identità all’avere piuttosto che all’essere. Cercano una diagnosi che le definisca, vengono a chiedermi: «Dimmi chi sono».

In molti casi si tratta di individui che si vivono come oggetti, non agiscono, sono agiti. Se ne lamentano, ma trovano nella passività e nel ruolo di vittime il vantaggio di evitare il rischio della scelta, la responsabilità di decidere.

Ho la sensazione che il nostro libero arbitrio stia evaporando: senza rendercene conto, siamo sempre più condizionati ed eterodiretti, non da un dittatore dispotico, ma da un potente sistema manipolatorio, un Grande Fratello collettivo.

Mi balena nella mente la figura del Grande Inquisitore immaginato da un Dostoevskij profetico che, sullo sfondo di una Siviglia rossa dei bagliori di fiamma dei roghi degli eretici, si rivolge con queste parole a Gesù Cristo tornato a visitare la terra: «Non dicevi Tu allora: “Voglio rendervi liberi?” Ebbene Tu adesso li vedi questi uomini “liberi” […] Per 15 secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma adesso l’opera è compiuta. Sappi che oggi questi uomini sono più che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi».[*]

L’Inquisitore prosegue nella sua requisitoria accusandolo di «aver gravato col peso dei suoi tormenti la vita morale dell’uomo» e di non averne avuto pietà per aver troppo preteso da lui. Infatti gli uomini sono ribelli deboli, incapaci di accogliere il terribile dono della libertà, che porta seco ansia, angoscia e l’insostenibile fardello della scelta tra il Bene e il Male. Niente è per loro più intollerabile, hanno bisogno di inchinarsi e di affidare ad altri la propria coscienza.

L’Inquisitore rivendica il merito di rappresentare un’istituzione che ha soppresso la libertà degli uomini per renderli felici, accordando loro, conoscendoli deboli, anche il permesso di peccare.

A settanta anni di distanza questa visione sembra aver trovato una versione desacralizzata nella società distopica immaginata da George Orwell in 1984, soggetta al potere occhiuto e pervasivo di un misterioso Grande Fratello.

C’è chi sostiene che la nostra epoca, dominata dalla rete informatica e dai social della connessione perenne, sulla quale si allunga l’ombra seducente e inquietante dell’Intelligenza Artificiale, non sia poi troppo lontana dalle fantasie orwelliane.

Chissà come andrebbe se Gesù Cristo decidesse di nuovo di visitarci portandoci in dono la libertà: sceglieremmo Lui o gli preferiremmo l’Algoritmo?

* F. Dostoevskij, La leggenda del Grande Inquisitore, in I fratelli Karamazov.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *