Attualità

Di fronte a una bocciatura come proteggo mio figlio?

Una riflessione dopo il caso di Cremona dove un ragazzo è stato ‘promosso’ dai giudici invocati dal papà

Tempo di scrutini di metà anno, di giudizi di pagelle. Mi torna in mente il caso dello studente di Cremona, bocciato in prima media dai professori e poi promosso dai giudici su richiesta del papà… Qualche anno fa venne nel mio studio il padre di un ragazzo per parlarmi delle serie difficoltà del figlio a scuola: “Sa, io sono un militare di professione, se uno dei miei uomini è ferito in campo, il mio compito è prenderlo in braccio e portarlo via, in salvo”. Così mi spiegava il suo modo di proteggere il figlio sedicenne, che a febbraio di quell’anno sembrava essersi imbarcato dritto dritto verso una bocciatura. Prenderlo in braccio, gesto eroico e sinceramente commovente, era il suo modo di fare il possibile per aiutarlo: questo suo modo includeva un percorso di crescita personale e di rimotivazione allo studio, e anche, ahimè, la recriminazione nei confronti dei professori, accusati di essere troppo severi, ingiusti, stretti di manica.

Proposi al ragazzo di sederci insieme sul campo di battaglia e di osservare cosa stava accadendo, prima di essere portato via, in salvo. “In salvo da cosa, poi?”, chiesi ancora al padre, prima di iniziare il lavoro con il figlio. “Dalla nostra sconfitta”, mi rispose!

Quello che si verificava a scuola, ho scoperto poi, era un increscioso circolo vizioso, tale per cui a un brutto voto era seguito il mancato impegno del ragazzo, che aveva provocato a catena altre insufficienze, in una escalation che in definitiva portava a non aprire più i libri.

L’innesco, per restare in tema militare, è piuttosto semplice a ha un nome un po’ roboante: tolleranza alla frustrazione. Giorni fa mi è capitato di essere quasi investita da una bicicletta, mentre accompagnavo mia figlia a scuola: un’altra mamma, distratta dalla lettura del libro scolastico della figlia, portato sul manubrio, stava facendo gli ultimi ripassi con lei, prima di lasciarla entrare in classe. Non ho potuto fare a meno di chiedermi: quanto si riesce a tollerare che i figli non siano perfetti, che la loro performance possa essere giudicata negativamente, che possano non vincere sempre? E ancora: quanto si è in grado di sopportare l’idea che i figli possano non avere forze sufficienti per farcela, tanto che i genitori si ritrovano immersi in ore e ore di studio di storia, geografia e matematica? E di conseguenza: quanto i nostri ragazzi sanno affrontare le difficoltà?  

Penso alla parola resilienza in una delle sue possibili etimologie, quella che deriva dal latino resalio, ossia essere in grado di risalire in barca dopo che questa è stata capovolta dalla forza del mare,  e mi chiedo se invitare i ragazzi alla perfezione, a vincere sempre, o portarli via dall’acqua, molto prima che ci sia per loro una qualche forma di pericolo, sia il modo migliore per  educarli.

È utile insegnare a tollerare la frustrazione, l’errore, la propria incapacità e inadeguatezza e  il giudizio altrui,  soggettivo, e dunque a volte anche ingiusto? 

Dal mio punto di vista sì: serve a vedere alternative, ad allenare il problem solving, a guardare il mondo per come è e non per come dovrebbe essere, o per come vorremmo che fosse.

Aldo Rovatti, parlando di gioco, ci mette in guardia dal vincere a tutti i costi: “Nella attuale società, tutti crediamo di sapere già cosa sia vincere, quasi nessuno si preoccupa di capire che cosa comporti l’esperienza della perdita, se abbia un’importanza e soprattutto se siamo in grado di saper perdere”. L”accento io lo metto qui su quel saper: imparare a perdere, entrare in relazione con qualcosa di scandaloso, l’errore, la sconfitta, il limite e poter godere anche di questo, se può portarci su strade che non abbiamo ancora percorso, se può rappresentare una sfida a crescere. 

Saper perdere è anche stare sul campo di battaglia di fronte al pericolo, perché solo così, vivendolo  in prima persona, è possibile responsabilizzarsi, fare delle scelte, cambiare rotta, affrontare il nemico, risalire in barca, risalire comunque.  

Psicologa clinica (iscritta all’Albo OPL n°24525) e filosofa, con una solida esperienza maturata tra clinica, formazione e comunicazione. Laureata con lode in Psicologia clinica e della riabilitazione e, precedentemente, in Filosofia, possiede anche un diploma triennale in Counseling e integra nel suo approccio una profonda sensibilità analitica e una visione multidisciplinare della cura. Attualmente ricopre il ruolo di psicologa responsabile presso la Fondazione Trinchieri di Romagnano Sesia e collabora con la Fondazione Lighea nella conduzione di gruppi clinici e attività di divulgazione. La sua attività professionale si articola tra la clinica privata a Novara e Milano e aziende tra cui Aspi - Autostrade per l'Italia; la supervisione rivolta a psicologi, counselor e personale sanitario presso istituzioni pubbliche e private, tra cui il Dipartimento di Salute mentale di Novara e la formazione aziendale, all'interno di realtà quali il gruppo Clariane Italia, o Teleperfomance Italia. Esperta in dinamiche relazionali, gestione del trauma, stati ansiosi, depressivi e approccio alla performance, vanta una lunga esperienza nella clinica rivolta agli adolescenti, approfondendo gli studi sia con l'Istituto Minotauro che con l'Istituto italiano di psicoanalisi di gruppo (Iipg). Ha collaborato con numerose scuole (Liceo Sereni di Luino e Laveno, Itis Cannizzaro di Rho, tra i più recenti), sia in attività di gruppo che in progetti rivolti ai singoli studenti. E' presidente dell'associazione Studio Eidos, un centro di consulenza che propone a istituzioni pubbliche e private progetti di formazione, supervisione e crescita personale. Il suo background include, inoltre, più di dieci anni di esperienza nella comunicazione istituzionale e negli uffici stampa (Istituto Iard e con l'agenzia di comunicazione Eidos), competenza che oggi mette al servizio della redazione di FuoriTestata.

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