Nanni Moretti, nel panni di Michele Apicella, spalma Nutella da un vasetto gigantesco su una fetta di pane nel film del 1984 "Bianca".
Comportamenti

Continuo a farmi male, dove trovo la spinta per cambiare?

Il contatto con la propria sofferenza può spaventare, ma a essere davvero pericolosa è la fuga da sé che porta spesso a ripetere comportamenti autodistruttivi. Ecco dove si può trovare la spinta alla ricerca del meglio per sé

Perché sforzarsi per cambiare? In nome di cosa vale la pena rinunciare a quei comportamenti, a quelle abitudini che distraggono dai momenti di dolore? Me lo chiedeva un amico, tempo fa, parlando di serate in compagnia all’insegna dell’alcol, che stordiscono e distraggono. Perché – mi chiedeva – cercare un’altra soluzione quando l’antidoto lo conosceva già e aveva adempiuto alla sua funzione?

Me lo sono chiesta anche io e in quel momento non ho trovato una risposta. Se un comportamento raggiunge bene il fine che gli attribuiamo, in questo caso l’alleggerimento o la distrazione (certo, non quella sana), sul piano logico non c’è motivo di modificarlo. In base a questa prospettiva la soluzione al dolore o alla noia sarebbe gettarsi nelle tendenze ludiche (o pseudo tali) di sempre e non pensare a ciò che ci affligge.

Per una parte della mia vita ho fatto anche io così e in un certo senso ha funzionato, fino al momento in cui non ho potuto farlo più: il corpo regge finché può, poi, nei casi più fortunati, manda alcuni segnali, i quali spesso vengono interpretati come avversità che avrebbero potuto colpire qualcun altro e non proprio noi, ma che in realtà sono avvisi che il corpo invia quando nel nostro modo di vivere c’è qualcosa che non va.

In questo modo, quando i segnali sono arrivati a me e ho dovuto modificare alcune abitudini, mi sono ritrovata impossibilitata a vivere dentro all’identità che mi ero costruita, sono stata sopraffatta da un’angoscia indicibile, una paura sconosciuta dalla quale non potevo più scappare. I miei schemi non potevano più essere messi in atto, e ho cominciato a pensare che forse in me c’era di più di ciò in cui fino a quel momento avevo creduto, doveva esserci una risorsa dentro di me che non provenisse dall’esterno.

In Malone muore, Samuel Beckett scrive: «Io so cos’è l’oscurità; si accumula, si addensa, poi all’improvviso rompe gli argini e sommerge tutto».

Nell’oscurità dei nostri vizi c’è la paura e a volte questa è talmente grande e potente da impedirci il confronto con ciò che più apparterrebbe a noi stessi. Preferiamo fare qualcosa che in fondo non ci piace e che scatena enormi sensi di colpa verso noi stessi piuttosto che prendere atto delle nostre qualità e sfruttarle a nostro favore.

In Dentro di me c’è un posto bellissimo, la psicoterapeuta Ameya Gabriella Canovi spiega che spesso ciò che desideriamo non coincide con ciò che vogliamo. Crediamo di bramare qualcosa e invece, senza rendercene conto, diamo la priorità a tutt’altro. Temiamo il confronto con la nostra realizzazione, siamo pieni di voci che ogni giorno ripetono che non possiamo davvero farcela. E forse preferiamo pensarla così perché non crediamo all’idea di poter stare davvero bene. Non siamo abituati.

Come spiega anche Aristotele, è il desiderio che bisogna correggere, non la volontà, e questo può essere modificato solo attraverso l’accettazione dell’angoscia di cui parlavo prima e alla scoperta di chi siamo e di cosa ci accende e ci risuona.

Insomma, all’amico che mi domandava perché avrebbe dovuto, almeno per un po’, stare a contatto con se stesso e con il suo dolore direi che solo così può trovarsi senza rischiare di perdersi un’altra volta.

"Ventenne, studia filosofia e frequenta un'accademia di scrittura. Vive con tanti, infiniti, immensi libri."

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