A distanza di 17 anni dall’ultimo contatto, ricevo una lettera da una ex paziente della Fondazione Lighea. La signora, allora giovane donna, aveva seguito tutto il percorso terapeutico-riabilitativo da noi proposto: inserimento in comunità, in seguito trasferimento in alloggio indipendente con assistenza parziale. La lettura del suo messaggio mi ha veramente commosso e, con il permesso dell’autrice, ho deciso di pubblicarne ampi passaggi, perché, meglio di qualsiasi testo, descrive l’attraversamento della sofferenza indotta dal disagio psichico per poi conquistare una maggiore consapevolezza di sé.
Giampietro Savuto
Caro Dott. Savuto,
finalmente sono maturata! Le scrivo per esprimere riconoscenza che fa bene tanto offrirla quanto riceverla. Del periodo trascorso in comunità serbo ancora un buon ricordo, nonostante tutta la sofferenza. Dell’esperienza in Lighea ricordo l’affetto sincero di una famiglia allargata, la chiarezza, l’ascolto, l’accoglienza, l’apertura al dialogo, la possibilità di soffrire in santa pace, la possibilità di esprimersi attraverso la follia e sentirsi amati, la possibilità di dare una forma comprensibile alla sofferenza prima che diventi vera pazzia la dissociazione.
Ricordo bene la prima volta che ci incontrammo, mi disse: «Soffre del mal di vivere perché è sensibile». Essere vista per ciò che sono veramente fu il primo passo per la maturazione, la guarigione e la vera cura. Per questo le sarò sempre riconoscente. A volte non basta un testimone esterno che veda la nostra essenza più pura, bisogna avere fiducia in se stessi, vedersi e riconoscersi con i propri occhi. Per trovare questa fiducia ho dovuto “perdere” tutto e tutti, fino a quando io e l’inconscio ci siamo presi per mano dopo sonori schiaffi. Così trovai il coraggio di fare nuove domande, andare ancora più in profondità e sviluppare forza per leggere la realtà come uno specchio.
Una volta metabolizzate le paure più oscure, la paura dell’abbandono e del rifiuto, potei vedere negli altri un riflesso di me stessa. Ebbi bisogno di vivere a lungo il conflitto con gli altri per allenarmi con me stessa e smetterla di cercare il nemico fuori. Potei riflettere sui miei principi, su ciò che dà valore all’esistenza, su ciò che mi faceva davvero stare bene. Vidi una realtà diversa, più autentica, che rifletteva ciò che non vedevo di me, la testardaggine e il senso di colpa. Non fu facile proseguire nella cura: per quanto fosse già molto efficace, stesse dando i suoi frutti, ero rimasta solo io a credere in ciò che stavo facendo.
Sono sempre rimasta lucida, non mi sono anestetizzata con le benzodiazepine o altri palliativi, non mi sono persa via in inutili paranoie, ho preferito accettare la realtà per quella che era, per quanto ingiusta e dolorosa, ho preferito fare fatica e sostare nella frustrazione, nella solitudine e nell’indecisione nutrite dall’ansia per aver osato cambiare una volta per tutte anziché scappare.
Dalla gestione dell’ansia ho imparato a organizzare e gestire meglio il tempo, a dare priorità, a conciliare gli impegni personali con quelli familiari. L’organizzazione è tutt’oggi il mio punto debole, ma non me ne faccio un cruccio, ho imparato ad accettare e mostrare i miei veri difetti, le mie vulnerabilità. Dunque sono maturata e ho elaborato traumi grazie a un lungo ed estenuante percorso introspettivo, non poco tortuoso, iniziato proprio in comunità e lasciato in sospeso fino alla pandemia. Sono rimasta a osservare più del dovuto gli eventi avversi, sospesa in un girone infernale alimentato dalla frustrazione e dalla solitudine, ma mi servì per allenare l’autodisciplina e apprezzare maggiormente le piccole cose, i piccoli miracoli quotidiani motivo di gioia come un abbraccio, una torta genuina e una buona conversazione nata per caso.
[…]Nel silenzio trovai risposte quando smisi di cercarle all’esterno preferendo dare attenzione a ciò che accadeva dentro senza giudicare più di tanto. Incontrai la mia vera essenza di multi potenziale, la mia vocazione, i miei talenti e smisi di sentirmi abbandonata e inadeguata.
Posso offrire la mia esperienza di guarigione come una delle tante testimonianze allo scopo di liberarci dalle patologie descritte dal DSM che ingabbiano l’identità di chi soffre, poco utili a definire il malessere psicologico… La sofferenza è un luogo sacro dove rinascere. Chi soffre va rispettato e assistito come una partoriente… L’elisir di guarigione, a parer mio, è un processo alchemico che prevede l’esplorazione dell’io su più piani fino ad arrivare all’unione delle parti, all’io autentico e fare pace… Può essere un processo molto doloroso e travagliato.
Agli psichiatri che appioppano patologie con tanta facilità, che poi accompagneranno tutta la vita il malcapitato come una condanna, chiederei: è davvero necessario confinare un individuo, che anzitutto è un’anima e ha bisogno di profondità, in un recinto superficiale costituito da patologie di cui non esistono ancora evidenze scientifiche? Per elaborare lutti traumi e paure non è sufficiente avvalersi dell’ascolto di se stessi e dei vari modelli di psicoterapia e magari integrarli? Non è sufficiente aiutare le persone che soffrono a scegliere un terapeuta capace di ascoltare il lamento dell’anima? […] Le mie sono domande non retoriche, volte a indagare l’utilità delle diagnosi psichiatriche che si moltiplicano di anno in anno… Con umiltà aggiungo la mia testimonianza al coro di voci già all’opera per far abolire il TSO e far valere i diritti umani.
[…]Grazie per l’ascolto… un abbraccio forte a tutti…
Letizia Rossi
P.S.: Quando l’ho interpellata per avere il permesso alla pubblicazione, l’autrice mi ha autorizzato a rivelare il suo nome, anzi si è dimostrata orgogliosa di apporre la propria firma.


