Con la collaborazione, le idee e gli stimoli della dottoressa Giuliana Torre
«Offerto in esclusiva!», «Esclusivamente per te!». Quante volte veniamo attratti da slogan simili? Spesso ciò che ci colpisce non è l’oggetto di questa o quell’offerta, ma il fatto che sia esclusiva. Solo per noi.
Come mi capita spesso, mi fermo davanti alla parola e penso, cerco di capire: “esclusivo” è una parola particolare a mio modo di vedere, suggerisce che qualcuno fa parte di una piccola élite e, per converso, tutti gli altri sono fuori dalla cerchia, vanno sullo sfondo, anonimi, grigi, esclusi.
Già. La condizione di escluso da sempre rappresenta un marchio assolutamente indelebile, una condizione di perdita di identità, di diritti, una diversità che rende inaccessibile il diritto a esprimere il proprio punto di vista, la propria visione del mondo.
Allora, improvvisamente l’escluso sente di non avere visibilità, di appartenere a un gruppo informe, senza colore, senza avere qualcosa da perdere, qualcosa in cui credere.
Nella storia dell’umanità gli esclusi, i senza volto e senza voce, spesso hanno scelto la strada del rancore, della vendetta, del terrorismo, come se vedessero nella rabbia e nella violenza l’unico modo per divenire visibili, finalmente nella posizione di poter proferire parola con il limite spesso di ritenere che l’unica parola proferibile sia quella della punizione, della vendetta, del contrappasso.
«Fu nelle notti insonni vegliate al lume del rancore/ che preparai gli esami, diventai procuratore/ per imboccar la strada che dalle panche d’una cattedrale/ porta alla sacrestia, quindi alla cattedra d’un tribunale:/ giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male»: così il nano di Faber trova la sua vendetta nel divenire finalmente potente e poi: «E allora la mia statura non dispensò più buonumore/ A chi alla sbarra in piedi mi diceva “Vostro Onore”/ E di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio/ Prima di genuflettermi nell’ora dell’addio/ Non conoscendo affatto la statura di Dio».
Forse dovremmo ripeterle fino alla noia le parole del cantante-poeta, forse potrebbero finalmente gettare un po’ di luce nella direzione della possibilità della costruzione di una umanità che non prometta l’esclusività ma l’accoglienza, che non ci seduca col potere ma ci rassicuri con l’equità, che non ci ecciti con l’euforia ma ci faccia sentire amati e in serenità.
Con questo rinnovato sguardo, forse, possiamo cominciare a comprendere quanto possa essere distruttiva e senza appello la rabbia degli esclusi, dall’amato abbandonato ed escluso dalla relazione, al capo di Stato che non può partecipare al tavolo dei grandi, al popolo che un tempo fu emarginato ed escluso e perfino perseguitato ma che ora appartenendo al gruppo esclusivo non ha nessuna difficoltà a ricambiare altri con la stessa moneta.
Rinunciare all’esclusiva e trattenersi dall’escludere è sicuramente un’operazione deludente se usiamo lo sguardo arrogante del narcisista, ma tutto sommato ci può garantire un mondo meno faticoso, un mondo in cui quello che conta sia trovare il proprio posto e non far caso alla posizione in classifica.


