Il professore mi ha dato tre ma si vede che mi vuol bene

Lo so che succede così: il ragazzo dice che il professore lo odia. Per arrivare a un più lieto fine basterebbe che...

«Ce l’ha con me», dice il bambino della maestra che gli ha dato una nota di biasimo. E il genitore corre a scuola a parlare con il Direttore didattico.
«Ce l’ha con me», dice il ragazzo del professore di matematica che gli ha dato tre nel compito in classe. E il genitore corre dal Preside.
«Ce l’ha con me», dice il piccolo atleta dell’allenatore che non l’ha messo in squadra. E il genitore corre a protestare.
Ci sono anche genitori più intelligenti e razionali che cercano di far ragionare il figlio e di spiegargli che la maestra l’ha punito perché si è comportato male in classe, che il professore gli ha dato tre perché non studia la matematica, che l’allenatore non lo fa giocare perché lui non è precisamente Maradona e funzionerebbe meglio in altro ruolo che in quello di attaccante, che pretende per sé.
Ma tutte queste argomentazioni sensate rischiano di essere vissute come prediche che non convincono.

Bambini e ragazzi rifiutano di ammettere la propria inadeguatezza e si difendono proiettando la responsabilità dei loro insuccessi all’esterno, sugli altri: «Se non ce la faccio la colpa non è mia, è del cavallo» (per alcuni funziona anche in età adulta).
Bisogna far capire a scolari, studenti e allievi che nella relazione con l’insegnante o l’allenatore non sono elementi passivi, ma anche loro attori, e che quindi possono agire per modificarla. La diffidenza, il pregiudizio, la rabbia sono nello sguardo che si posa sull’altro e che l’altro rimanda come uno specchio. È quello sguardo che va cambiato. Il vittimismo non paga, irrigidisce solo le posizioni e cristallizza atteggiamenti infantili, spesso rinforzati da genitori troppo protettivi.

Dall’altra parte,

il maestro, il professore, l’allenatore devono capire che il modello relazionale introiettato dai loro allievi è ancora quello familiare e che familiare è il codice affettivo cui obbediscono.

La classe, la squadra sono unite dalla fratellanza, l’insegnante, a tutti i livelli, riproduce l’archetipo dell’autorità genitoriale e come a un genitore gli si chiede amore.
Bambini e adolescenti dovranno imparare a studiare per se stessi, coltivando i propri interessi e realizzando i propri progetti, ma per adesso studiano per chi sa farli innamorare.
Facciamo attenzione alle categorie di giudizio che applicano: simpatia – antipatia, amicizia – inimicizia, amore – odio. Non vogliono tanto, o solo, sentirsi dire «sei bravo», quanto «ti voglio bene». Solo allora i brutti voti e i rimproveri verranno accettati e potranno indurli a migliorarsi.

Anche il messaggio culturale, perché arrivi, non può essere di tipo puramente razionale, ma deve coinvolgere il sentimento e muovere le passioni: l’insegnante trasmette sapere solo se riesce a infondere sangue e anima alla sua materia, e da innamorato farne innamorare i suoi discepoli. Qualcosa che nessun strumento tecnologico, per quanto sofisticato, può sostituire.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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