Il mio amico è un tipo strano, ha vent’anni più di me, è sempre agitato, sempre con idee nuove.
La mattina quando ci incontriamo spesso mi dice: «Ho fatto una riflessione…», e allora quello che il giorno prima sembrava corretto, giusto, ragionevole, a volte non lo è più, sostituito da un’altra riflessione, da altre stelle polari.
Lo conosco da tanto tempo, il mio amico. In passato mi sentivo disorientato, mi sembrava che non avesse rispetto per la verità, per la logica, per la retta opinione.
Poi il tempo passa, aumenta la pancia e diminuiscono i capelli, gradualmente si fa l’abitudine al cambiare idea, cambiare punto di vista, ad accettare che la verità in fondo non è che una difesa dall’inevitabile inconsistenza del senso di vivere.
Allora sono passato dal giudizio (spesso l’arroganza del giudizio è il sintomo inconfutabile della nostra insicurezza) al convivere con realtà che cambiano, con cose «vere di notte e false di giorno», come direbbe Faber.
Di recente il mio amico ha fatto un grande investimento: ha messo a posto un appartamento e ha speso un sacco di soldi per cercare di renderlo ancora più elegante e originale di quanto era già. A distanza di sette mesi dalla fine dei lavori non è ancora riuscito a metterlo a reddito, ma invece di essere preoccupato o disperato mi dice di considerarsi fortunato poiché, col caldo che fa, ha uno spazio in più in cui stare, in cui godersi l’aria condizionata.
Nell’immediato una parte di me propenderebbe per una diagnosi di qualche disturbo che lo porta a distaccarsi dalla realtà, a non rendersi pienamente conto del rischio, del danno economico e via dicendo, ma al contrario il mio amico è pienamente consapevole di tutto questo; mi guarda, sorride e mi dice: «Ma perché debbo rovinarmi le giornate con ’sti pensieri, scelgo di raccontarmi una bella storia».
Già. Raccontarsi storie, scegliere quale storia raccontare, come decidere dove dirigere la propria esistenza, che uso farne, cosa guardare e cosa mettere sullo sfondo.
Di primo acchito sembra una posizione superficiale, una roba da Alice nel paese delle meraviglie, come il bambino che scopre la meraviglia e ne rimane irretito. Guardando invece più attentamente, osservando e ascoltando i silenzi, i respiri, gli sguardi di chi si fa “cantastorie”, io sento che è invece esercizio di una grande saggezza, di un aver già ben sentito il peso, il dramma, il dolore, lo strazio di una parte della nostra vita senza cedergli, senza insistere sulla lacrima, come a volte il cattivo giornalismo finisce col fare.
Si decide invece di allontanare tenendo dentro tutto questo, di averlo così in profondità da non darlo più a vedere, per condividere la luce, di decentrarsi lasciando in primo piano l’essenza del nostro vivere, la passione, l’inquietudine, la vitalità.
A conti fatti, io che lo conosco bene e che spesso ho condiviso con lui le battaglie più dure della vita, penso che sia persino eroico questo sapersi raccontare storie: in fin dei conti, a prescindere da dove ci portano, il finale lo conosciamo già.


