Una foto che ritrae Charlie Kirk su un podio con le scritte "Text Arizona to 88022 - Trump - Vance - Make America great again! - 2024", davanti a una platea con tanta gente, a braccia allargate, durante un discorso di sostegno a Trump per le elezioni 2024.
Attualità,  Psiche

Il revival religioso e l’invenzione dell’odio

La tragica morte di Charlie Kerk e le celebrazioni della vittima che sono seguite hanno evidenziato l’esistenza, negli Stati Uniti, di un fondamentalismo cristiano intrecciato alla politica. Si è molto parlato di odio e la discussione è rimbalzata anche in Italia. Ma nel nostro Paese a prevalere nei confronti della politica è piuttosto l’indifferenza. Solo il dramma della Palestina è stato capace di risvegliare le coscienze e di mobilitare l’opinione pubblica.

Abbiamo assistito allo spettacolo di un’America in lacrime per Charlie Kirk, il giovane attivista MAGA ucciso durante un intervento pubblico un mese fa. La cerimonia di commemorazione, che ha richiamato una folla enorme e ha visto la presenza delle massime autorità e dello stesso presidente Donald Trump, si è trasformata in una sorta di rito di beatificazione di un martire dell’odio.

Questa tragica morte ha prodotto emozione anche in Italia e la vittima è stata esaltata e santificata, dagli USA a Pontida, da persone che, prima del drammatico evento, non sapevano nemmeno chi fosse.

In tutte queste celebrazioni le convinzioni politiche si saldano alla testimonianza religiosa, in un intreccio al quale noi occidentali non eravamo più abituati.

Eravamo convinti che il fondamentalismo religioso fosse affare dell’estremismo islamico, e che noi, figli dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese (e magari anche di quella Russa), fossimo ormai vaccinati, e che la separazione tra religione e politica fosse qualcosa di acquisito per sempre. Evidentemente non è così.

Il fanatismo religioso sembra non essere più appannaggio di alcuni settori del mondo musulmano, ispira oggi il governo della democratica Israele, mentre in Russia, dopo la stagione sovietica della religione «oppio dei popoli», Putin trova nella chiesa ortodossa l’alleato fedele del suo nazionalismo imperiale.

Ora assistiamo al revival religioso, nella forma di un fanatismo cristiano, nella politica USA, ovvero nel Paese considerato la più grande democrazia del mondo occidentale.

Le tre grandi Religioni del Libro sembrano allinearsi su analoghe posizioni.

Il cristianesimo di marca MAGA parla molto di odio, che è sempre degli altri, dei nemici, cioè di coloro che non hanno salda e profonda fede e non condividono i suoi principi morali.

Questa idea degli odiatori ha fatto scuola. Anche qui, in Italia, in una realtà certamente – e fortunatamente – diversa da quella degli Stati Uniti, si fa un gran parlare di odio.

Certo, sui social si leggono nefandezze, ma la rete è come una cloaca nella quale si vomitano rancori, malessere, delusioni, invidie, malignità, rabbie, cattiverie meschine. Molti degli odiatori da tastiera visti da vicino si rivelerebbero probabilmente individui innocui, solo insicuri e frustrati.

L’odio è un sentimento che, come l’amore, comporta una forte dose di passione, un profondo coinvolgimento emotivo. Non si addice alla nostra realtà, nella quale a prevalere è piuttosto la rabbia.

Mentre altrove il venir meno di grandi progetti politici ideali ha lasciato un vuoto occupato dal collante religioso nelle sue forme più estreme e faziose, mi sembra che ciò che caratterizza attualmente la nostra società sia l’indifferenza, come già denunciato da voci più autorevoli della mia.

Tramontate le ideologie del Novecento che, nel bene e nel male, coinvolgevano l’esistenza intera delle persone, per le quali si poteva vivere e morire, la politica dei giorni nostri è incapace di muovere emozioni ed è guardata dai più con distacco e senso di estraneità. I suoi leader possono al massimo ispirare simpatia o antipatia, in qualche caso disprezzo, difficilmente odio.

(Attenzione però: bisognerebbe usare prudenza a maneggiare certe parole, a furia di ripeterle c’è il rischio che prendano corpo).

Nemmeno la guerra in Ucraina è riuscita a smuovere, più di poco, l’indifferenza; solo la tragedia della Palestina è stata capace di suscitare emozioni profonde e di mobilitare le coscienze di tanti cittadini che hanno ritrovato le motivazioni per scendere in piazza a manifestare.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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