«GIOVANI, ALLARME SALUTE MENTALE»: così titolava recentemente il Corriere della Sera pubblicando i risultati di uno studio realizzato dalla università IULM sull’indice di malessere delle persone sotto i 25 anni dell’area milanese. Da tale studio emerge che dal 2008 i risultati sono in costante peggioramento; attualmente un terzo dei 15000 intervistati denuncia fragilità psicologica: ansia, depressione, difficoltà di relazioni sociali appaiono in crescita e sembrano ormai interessare 1 individuo su 3.
La fascia d’età presa in considerazione si situa tra i 19 e i 25 anni, al passaggio tra una adolescenza sempre più protratta e un’età adulta sempre più tardiva, che implica l’abbandono della protezione domestica e l’accettazione della solitudine.
La ricerca evidenzia come lo stato di malessere sia maggiore nelle femmine rispetto ai coetanei maschi, in coloro con basso titolo di studio rispetto ai laureati, negli abitanti di grandi città rispetto a quelli di piccoli centri.
La metodologia adottata è stata quella di questionari somministrati al campione scelto, ne deriva pertanto che i risultati scaturiti dall’elaborazione delle risposte sono frutto di percezione soggettiva: rivelano i vissuti, la percezione che i giovani hanno di sé, del proprio malessere o benessere psicologico, giovani che si rivelano oscuramente infelici.
Che cosa li ha resi tali? Da dove viene tanto pessimismo, tanta angoscia?
Il problema è senza dubbio complesso e presenta aspetti tuttora non sufficientemente indagati, ma su alcune cause c’è ormai ampia convergenza: scarso dialogo tra le generazioni, povertà di relazioni autentiche, sostituite dai rapporti virtuali dei social, solitudine dei tutti collegati, offerta formativa insoddisfacente, incertezza del futuro, in una società impaurita, egoista, priva di slanci ideali.
Percentuali così elevate di malessere ci dicono che non siamo di fronte a una emergenza sanitaria, ma a un problema che va affrontato in termini politici e culturali.
Questo desolante scenario chiama in causa le responsabilità congiunte di una famiglia incapace di educare, di una scuola senza qualità, di una società priva di valori condivisi da trasmettere. Tutti aspetti che meritano un attento esame se non vogliamo perdere le nuove generazioni.
Concludo con qualche dubbio e qualche provocazione.
Lo spettacolo allarmante che questo e analoghi studi ci offrono risponde esattamente alla realtà? Altre epoche hanno conosciuto una gioventù meno problematica, più “sana”, più felice?
O l’adolescenza, impegnata in un faticoso e talvolta doloroso processo di trasformazione fisica e di maturazione psichica, è sempre stata un’età inquieta, spesso lontana dalla spensieratezza che le attribuiamo, tormentata dalla timidezza e dalla vergogna, in bilico tra trasgressione e conformismo gregario, in una parola una sorta di “malattia”?
Per fortuna una malattia non cronica, l’unica dalla quale si guarisce con l’età (almeno nella maggior parte dei casi).


