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Il Covid ci ha distratti, ma dalla pandemia non ci salviamo da soli

Il Covid ci ha distratti dai conflitti in atto e da tragedie umanitarie che continuano a produrre vittime e profughi. Anche nella lotta al virus ci siamo dimenticati di un terzo mondo, la cui protezione dal contagio è necessaria se vogliamo sconfiggere la “pan”- demia

In un recente articolo, Alcesti Alliata ricordava su queste pagine come le parole ospite (in latino hospes) e ostile ( in latino hostilis, a sua volta derivato dal sostantivo hostis, nemico) abbiano la stessa radice. L’etimologia dimostra ancora una volta la saggezza degli antichi, capaci di neutralizzare il potenziale nemico, l’estraneo, il barbaro, trasformandolo in ospite, all’interno di un preciso e codificato cerimoniale di reciproco riconoscimento.

Molti di noi hanno ancora tra i ricordi scolastici l’episodio dell’Iliade in cui, mentre infuria la mischia più sanguinosa nella piana di Troia, due campioni pronti ad affrontarsi con ferocia, Diomede e Glauco, rinunciano al duello e si separano amichevolmente quando scoprono le rispettive famiglie legate da antichi vincoli di ospitalità. Si obietterà che quanto descritto è un mondo mitico e che la realtà attuale è molto diversa. Non del tutto, però.

Lasciando stare la letteratura nutrita dal mito, altre epoche hanno visto “barbari” premere ai confini di Paesi stranieri, non sempre con intenzioni ostili, spesso in cerca di protezione e di una vita migliore. Nessun vallo, nessuna muraglia è mai riuscita a trattenerli. Le furiose e cruente invasioni barbariche che travolgono Roma sono precedute da una lunga serie di secoli nei quali popoli diversi chiedono di stanziarsi entro i confini dell’Impero, per mettersi al riparo della sua Legge contro la violenza del mondo di fuori.

Oggi non abbiamo di fronte orde bellicose, ma una massa di disperati. La fame però è la stessa.

Stupisce pertanto che si invochino antiche ricette, già dimostratesi fallimentari. Le barriere sono destinate a crollare sotto l’urto di chi non ha nulla da perdere. Naturalmente il discorso non si esaurisce qui, esistono anche profonde ragioni umanitarie che invitano all’accoglienza, ma, anche sospendendo il giudizio morale e limitandoci a una valutazione puramente (cinicamente?) razionale, muri e filo spinato sono una scelta miope.

Il Covid ci ha distratti. Tutti presi dalla paura della pandemia, abbiamo ritirato l’attenzione da quanto esula dalla lotta al contagio. Ci siamo dimenticati che nel mondo esistono altri drammi.

Dell’Afghanistan, una volta portata a termine la drammatica evacuazione degli occidentali, si parla solo sporadicamente, giusto in occasione di qualche feroce carneficina, di Siria e di Libia non si sa più nulla, dell’esplosiva situazione del continente africano si continua a non sapere nulla. Possibile che tutti i sanguinosi e inestricabili conflitti abbiano magicamente avuto fine? Dei migranti solo notizie intermittenti, anche se sembra non abbiano mai smesso di arrivare. I conflitti del terzo mondo continuano a produrre disastri, vittime e profughi in fuga, per i quali il Covid è, per ora, l’ultimo dei problemi.

Per quanto ancora? Nonostante il prefisso “pan” avrebbe dovuto avvertirci che il contagio non è solo cosa nostra, che il virus non conosce barriere, ancora una volta ci siamo distratti.  Ci troviamo oggi nella situazione paradossale di città sistematicamente percorse da cortei di manifestanti che parlano di dittatura sanitaria e rivendicano la libertà DAL vaccino, mentre nei Paesi che ne sono privi si invoca la libertà DEL vaccino, promessa di vita. Anche nel nostro privilegiato mondo occidentale incominciano a levarsi voci che chiedono l’invio di dosi di farmaco ai popoli più svantaggiati, nella consapevolezza che da una “pan”- demia ci si salva solo se ci salviamo tutti insieme.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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