Quattro donne, quattro possibilità di vita differente, ma Platonov non sceglie, perché ognuna di loro rappresenta una definizione identitaria: se mantenesse la promessa alla moglie Saša sarebbe solo un marito e un padre, se invece stesse con la ricca avventuriera Anna Petrovna la sua esistenza sarebbe l’opposto. Alla fine sarà Sof’ja a chiudere il discorso uccidendolo in quanto disillusa dalla speranza di poter vivere una vita diversa grazie a lui.
Per parlare di smarrimento e indeterminatezza, Cechov scrive “Platonov”, un testo in cui oggi è facile rispecchiarsi, soprattutto se a metterlo in scena è un giovane regista, Liv* Ferracchiati, che la questione identità e transazione la vive sulla sua pelle: “Platonov non è né un Don Giovanni né un Amleto, piuttosto un uomo che non riesce a prendere una direzione netta, ogni scelta lo definisce, lo paralizza” dichiara il regista al suo debutto al Piccolo Teatro Grassi di Milano.
Sul palco un’ originale rilettura dove la drammaturgia di Cechov s’incrocia con la realtà, ovvero con la vita vera dello stesso Ferracchiati qui in scena nei panni del Lettore, un nuovo personaggio che con il progredire dello spettacolo è sempre più coinvolto nella vicenda. Un gioco di teatro nel teatro dove tra battute dall’ humor cechoviano e feroci ironie contemporanee, realtà e finzione diventano le vere protagoniste del “ring”. Il Finale è un atto liberatorio: ogni maschera cade, i costumi di carta si strappano e la domanda centrale ‘perchè non viviamo come avremmo potuto?’ trova la sua risposta nella realtà.


