Psiche

Madri assassine: ci fa comodo credere che siano sempre pazze

Ecco perché psichiatria e criminologia sono orientate a limitare le diagnosi di completa infermità mentale delle autrici di figlicidio

Ogni volta che una madre è accusata di aver ucciso il proprio bambino (l’ultimo caso, quello del piccolo Loris, è di nuovo sulle prime pagine per la concomitanza con il processo a Veronica Panarello)
si richiama e si analizza, non sempre a proposito, la figura Medea. Il mito di Medea presenta l’uccisione dei figli per mano della madre come forma estrema di atto delittuoso. Medea era una straniera, una barbara, e ciò colloca il delitto da lei commesso al di fuori del mondo della civiltà della Grecia, ne fa qualcosa di estraneo alla sua cultura, lo respinge in un’area primitiva e selvaggia.
Le madri assassine, le sorelle di Medea, partecipano dell’orrore e dell’esecrazione che da sempre circonda la sua figura, anche se, in molti casi, sono solo donne fragili e mediocri, ben diverse dalla potente maga che se ne va su un carro trainato da draghi alati, lasciandosi dietro la scia dei morti sui quali ha consumato la sua terribile vendetta.

L’uccisione dei figli da parte della madre è uno dei delitti più sconvolgenti e più difficilmente accettabili dalla nostra sensibilità, e allora il ricorso alla malattia mentale si presenta come una spiegazione rassicurante per l’opinione pubblica, in quanto allontana tale crimine confinandolo in un’area di alienazione a noi estranea.
Se, in linea con il sentire comune, consideriamo innato l’istinto materno, l’uccisione di un figlio non può che essere opera di una follia che rende l’assassina incapace di intendere e di volere, e quindi non punibile. Secondo la retorica corrente, infatti, le madri sono tutte buone e amorose, dedite alla protezione della prole, pronte a difenderla da ogni minaccia. Ma se invece pensiamo che il modo di essere madre si manifesti e si configuri diversamente nei diversi contesti sociali, allora il figlicidio perde quei caratteri contro natura che gli vengono attribuiti e ne diviene possibile l’analisi con strumenti razionali, al di fuori di stereotipi di comodo.

Le ragioni che spingono le sorelle di Medea a uccidere sono molteplici e sono state ampiamente indagate sia dalla psicopatologia sia dalla criminologia, che hanno stilato una casistica delle situazioni più ricorrenti.
Madri depresse che trascinano i figli nel proprio suicidio per sottrarli al male di vivere e proteggerli dal dolore.
Madri che rifiutano il figlio indesiderato in quanto vedono in lui un ostacolo alla propria realizzazione.
Madri ansiose e insicure che, se lasciate sole, si sentono impaurite dalla responsabilità di allevare un figlio, incapaci di provvedere ai suoi bisogni e di proteggerlo dal mondo cattivo. In alcuni casi il figlicidio è pianificato, in altri è casuale conseguenza di esasperazione dovuta a urla e pianti che non riescono a placare.

Una variante particolare è quella di madri che, per compensare l’insicurezza, hanno bisogno di riconoscimento sociale e cercano di ottenerlo dedicandosi con abnegazione a figli affetti da gravi infermità che esse stesse provocano e alimentano in modo da attirare attenzione e ammirazione (la cosiddetta “Sindrome di Munchausen”).

Madri assassine per vendetta nei confronti di partners che le hanno tradite e abbandonate, le più simili a Medea. I figli sono allora il mezzo per colpire il fedifrago in ciò che ha di più caro.

Al di là del diverso profilo psicologico, per tutte queste madri i figli non sono individui dotati di una loro autonomia, ma oggetti di proprietà, privi del diritto di vivere una vita propria o addirittura appendici del corpo materno dal quale non sono percepiti separati, ma destinatari di un amore possessivo ed esclusivo. Ciò spiega perché li trascinino con sé nella morte o li manipolino a propri fini.

È interessante osservare che le madri assassine spesso non riconoscono, contro ogni evidenza, il loro gesto criminoso. Astuzia dell’inconscio che allestisce questa estrema difesa di fronte a qualcosa che non riescono a tollerare? Simulazione?
Le madri non sono sempre buone e brave, amorevoli e protettive, come le vogliono poesie e canzoni e come le considera il pensiero popolare; sono anche, sia nella versione depressa-ansiosa sia in quella violenta-possessiva, creature terribili che, se danno la vita, sono anche capaci di dare la morte, di divorare i propri figli.

Di fronte a crimini che muovono emozioni così forti ancora una volta si apre il grande ombrello della pazzia, che offre riparo alle nostre paure, confinando le colpevoli di crimini tanto sconvolgenti all’interno di un cono d’ombra che le separa da noi “sani”. Ma qualcosa sta cambiando: attualmente sia la psichiatria sia la criminologia sono orientate a limitare la diagnosi di completa alienazione mentale e a riconoscere, nella maggior parte dei casi, un’infermità solo parziale, che non annulla la capacità di distinguere il bene dal male e la responsabilità individuale.
Dovremo abituarci a convivere con l’idea che esistono madri fragili, incapaci di reggere un ruolo che la tradizione considera naturale, ma che forse tanto naturale non è; madri pericolose per sé e per la prole, a volte per disagio personale, a volte per troppo amore; e anche madri semplicemente cattive.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

Un commento

  • Simona

    La mia esperienza di maternità è nata con mio figlio, pur avendolo desiderato, ho imparato ad amarlo giorno per giorno, conoscendoci, dedicando tempo ed attenzioni, sorrisi e coccole. Voglio dire che anche quelle con i propri figli a parer mio, sono relazioni da conquistare da nutrire giorno per giorno, diversamente se si hanno più figli. Dare per scontato l’amore è un errore secondo me. L’amore ha bisogno di essere nutrito di parole ed azioni. Forse la pressione che alcune di queste donne omicide hanno sentito era troppa a fronte di un amore che doveva sbocciare. E soprattutto non sono state in grado di dare il giusto respiro ad un’esperienza così totalizzante che ci chiama ad esserci nel qui ed ora come nel futuro e nel ricordo del passato.

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