Mio figlio, 11 anni, mi dice: «Papà, ho saputo che vendono all’asta arredi Expo, compriamo qualcosa anche noi?». Sorpreso, chiedo: «Ma perché?». Risponde: «Mi piacerebbe avere un ricordo, un segno che anch’io ci sono stato». Ho capito allora quanto questo evento abbia segnato l’immaginario collettivo.
Expo 2015 si è chiusa con un bilancio senza dubbio positivo. Per sei mesi Milano è stata al centro dell’attenzione mondiale e ha scalato molte posizioni nelle graduatorie delle città da visitare, delle città segnalate per qualità della vita, per efficienza dei servizi, per vivacità culturale. Autorità internazionali e semplici visitatori hanno ammirato la bellezza architettonica dei padiglioni, hanno gustato l’eccellenza del made in Italy, hanno lodato l’organizzazione perfettamente oliata. Politici, amministratori e manager nostrani si sono, a vario titolo, intestato il successo, celebrando con orgoglio il Sistema Milano. Qualche voce critica si è bensì levata a sostenere come il tema “nutrire il pianeta” sia stato in parte tradito per lasciare il posto a un grande spot di promozione turistica, ma le folle che hanno sciamato tra il decumano e il cardo, in un crescendo di record giornalieri di visitatori, sembrano avere apprezzato la grande fiera e lo spettacolo che offriva. Ciò che ha maggiormente impressionato e che a lungo si ricorderà sono le code lunghe, sempre più lunghe, davanti ai padiglioni: 4 ore per l’Austria, 5 per Palazzo Italia, 6 per gli Emirati Arabi, 7 per il Kazakistan, 8 per il Giappone… Un rincorrersi quasi in una gara di durata, con una curiosa inversione causa effetto: non l’eccellenza della struttura a determinare l’entità della fila, ma l’entità della fila a misurare l’eccellenza della struttura.
E tutti lì a descrivere la compostezza dei serpentoni ripiegati più volte intorno agli edifici, a lodarne l’attesa paziente sotto il sole: nessuna furbata, volti sorridenti, scambi di gentilezze. Qualcuno sentiva musica nelle cuffie, qualcuno, previdente, si era portato un libro, altri, cordiali, chiacchieravano amabilmente con vicini sconosciuti, si scambiavano indirizzi e-mail, si intrecciavano nuove amicizie, forse anche nuovi amori (il tempo c’era).
E quelle erano le stesse persone che dopo un quarto d’ora alla Posta iniziano a sbuffare, che, costrette all’attesa in un ufficio pubblico, mormorano con sprezzante sarcasmo «Purtroppo siamo in Italia», che, se fanno anticamera prima di una visita medica, parlano subito di «malasanità».
Cos’era a tenere masochisticamente inchiodata tutta quella gente? I contenuti irrinunciabili dei padiglioni? Difficile dirlo, dal momento che la visita, per quanto interessante, si sarebbe esaurita in 20, 30 minuti al massimo, talvolta in parte occupati da filmati promozionali. Possiamo allora ipotizzare che il motivo principale di interesse risiedesse nell’attesa stessa, che, quanto maggiore, tanto più eccita l’intensità del desiderio. Seguendo questa linea interpretativa sarebbe, in ultima analisi, la forza attrattiva del desiderio ad animare la folla di coloro che attendono.
Un’altra spiegazione, più sofisticata, fa riferimento al “desiderio mimetico” teorizzato da René Girard: un desiderio indotto, quello che si accende nel soggetto nel guardare il desiderio nell’altrui occhio, nel vedere ciò che l’altro desidera, nello specchiarsi e nel riconoscersi nel desiderio dell’altro. Possiamo allora considerare le lunghe code come catene di desideranti seriali che respirano insieme sotto il grande ombrello del desiderio collettivo che essi stessi vicendevolmente alimentano e nel quale annullano la loro individualità.
E adesso? Dove andranno i nostalgici delle code ad agire il loro desiderio?


