Vado anche in piazza, per cercare me stesso

Molti dei dimostranti NoVax e NoPass sembrano cercare nella protesta una loro identità. Il malessere diffuso si esprime in molti modi, ma il trauma del Covid può anche liberare nuove energie e aprire a insperati sviluppi futuri.

Vediamo sfilare ogni settimana folle di manifestanti per le vie delle nostre città. E torna ancora, forte la sensazione di cui abbiamo parlato in un recente articolo, in cui riflettevamo sulla perdita di identità. 

Guardando a chi partecipa alle manifestazioni, al netto di infiltrati intesi a sfruttarne le potenzialità eversive, si tratta una massa eterogenea che ingloba Novax e Nopass convinti, affezionati delle teorie del complotto, fanatici del “No” comunque, improvvisati paladini della Libertà e individui che semplicemente hanno paura. Cosa lega insieme una congerie così composita? Insoddisfazione, disagio, disorientamento, la mancanza di un senso di appartenenza. Pur senza una leadership, un progetto unitario, un’ideologia comune, il trovarsi all’interno di quella massa di gente comunica loro di essere parte di qualcosa, gli conferisce una forma di riconoscimento.

Non vorremmo peccare di superficialità di fronte a una realtà complessa: la protesta, come ha messo in evidenza con grande chiarezza su queste pagine Sara Schirripa, ha molte anime e molte ragioni. Tutte le posizioni, le critiche, le perplessità, i dubbi sono legittimi e hanno pari dignità, ma a questo punto sembra che il movimento di piazza si sia mutato in qualcosa di diverso: un modo per far emergere la rabbia carsica e le pulsioni anarcoidi che percorrono parte della società, il senso di incertezza, di sfiducia, di smarrimento.

Lo scopo per cui i dimostranti si sono originariamente mossi non ha più grande importanza, ciò che attira molti di loro è il percepirsi parte di una folla che si muove, parla, respira insieme, trovare nel grido di protesta la qualifica di una identità, innamorarsi della propria immagine di lotta. Non sapevano chi erano, ora sanno almeno di esistere.

Manifestazioni a parte, c’è comunque un malessere diffuso che si esprime in vari modi, non ultimo un disagio che ricerca il supporto psicologico, ma si avvertono anche, in un clima di attesa, fervore di iniziative, aspettative fiduciose, lievito di speranze, fame di vita. Siamo in un momento di transizione, in un limbo che prelude, forse, a profonde trasformazioni. Il trauma Covid ci costringerà veramente a mutare pelle o il cambiamento sarà solo gattopardescamente superficiale? 

La crisi che abbiamo attraversato, e che ancora subiamo, può essere elaborata in modi diversi. 

Possiamo considerarla come una ferita che deve essere rimarginata, come un tumore che va estirpato, per ritrovare l’equilibrio perduto, per ripristinare la situazione quo ante, oppure cogliere le opportunità che ci offre e accettare il rischio di muovere verso una realtà futura, dai contorni ancora incerti, ma che potrebbe riservare positivi sviluppi, aprirsi a scenari insperati.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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