Fotografia che ritrae da davanti un ragazzo in piedi, appoggiato con la schiena a un muro grigio. Indossa una felpa rossa col cappuccio alzato, ha la testa china col mento appoggiato sulle scapole e le mani infilate nelle tasche della felpa.
Attualità

Solitudine, quando diventa una difesa

La nostra società tende a isolare gli individui, a renderli sempre più soli. Ma ci sono anche persone che non accettano il rischio che ogni vera relazione comporta e, pur lamentandosi della solitudine, finiscono per circondarsene come difesa nei confronti dell’ansia e della paura di venire ferite.

27Sul nostro tempo si allunga, insidiosa, l’ombra della solitudine. Solitudine che non riguarda solo gli anziani, la cui aspettativa di vita è enormemente aumentata, ma anche i giovani e gli adolescenti. Questi ultimi, strappati alla vita sociale dal Covid, hanno vissuto un anno davanti a uno schermo e alcuni di loro fanno fatica a uscire dalla propria stanza.

È paradossale parlare di solitudine mentre siamo tutti continuamente connessi e possiamo vantare una serie infinita di rapporti virtuali, ma la relazione i social la possono solo simulare.

La connessione, che moltiplica gli amici, moltiplica le chat, in realtà chiude gli individui nella piccola bolla del loro universo virtuale, allontanandoli da relazioni vere.

L’incontro con l’altro ha bisogno di fisicità: dello sguardo, della voce, del tatto, del profumo. Gli amici si riconoscono all’espressione del volto, ai gesti, al suono delle parole… si sfiorano, si toccano, si specchiano l’uno nell’occhio dell’altro.

Allentatisi i legami familiari, le statistiche ci dicono che nelle nostre città quattro appartamenti su dieci sono occupati da una sola persona e che il fenomeno è in crescita. Viviamo sempre più come single, che il venir meno dei tradizionali luoghi di aggregazione tende a trasformare in monadi.

Mi capita anche di incontrare frequentemente individui che si lamentano di essere “lasciati” soli, incapaci di prendere coscienza di essere loro a creare i presupposti per allontanare gli altri. Del gruppo fanno parte anche persone che si lagnano della mancanza di legami sentimentali e sembrano soffrirne profondamente. In realtà il lamento pare talvolta assolvere una funzione consolatoria, mentre si arroccano in una posizione difensiva, si ritirano, evitano le occasioni sociali, limitano gli incontri. La loro non è una solitudine feconda, quella che, via dalla pazza folla, permette, secondo i filosofi antichi, di acquisire maggiore consapevolezza di sé e sereno distacco da passioni nocive. Spegnendo il desiderio, negandosi all’altro, vogliono proteggersi dall’ansia e dalla paura di venire ferite.

Qualsiasi relazione – intendo una relazione autentica – comporta infatti una certa dose di rischio, comporta emozioni, non sempre facili da controllare, gioia, entusiasmo, ma anche incertezza, inquietudine, conflitto, talvolta delusione e sofferenza. Di fronte a queste incognite che insidiano il mio equilibrio posso allora scegliere la sicurezza della rinuncia, una scelta di morte, che equivale a spegnersi piano piano. Paura del conflitto e ansia di abbandono spingono a rifiutare il gioco dell’esistenza e lavorano per thanatos, la pulsione di morte che acquieta il tumulto emotivo. Certo, il confronto con l’altro può rivelarsi difficile e conflittuale, le relazioni possono portare dolore, ma vale comunque la pena di partecipare, giocatori coraggiosi, alla partita dell’esistenza.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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