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Attualità,  Comportamenti

Il limite non è più una virtù. E questo è un problema

L’individualismo che caratterizza la nostra epoca sembra aspirare a una libertà assoluta, sia di azione che di parola, ignorando che la vera libertà si esercita nel rispetto della libertà altrui. Contiene pertanto in sé quel limite che rende possibile la vita civile in una società di ugualmente liberi.

L’individualismo egocentrico che caratterizza l’epoca attuale aspira a una libertà assoluta, rifiutando quel limite che l’evoluzione del pensiero sociale attraverso i secoli ci aveva insegnato ad accettare come necessario a un suo esercizio legittimo. La libertà di ciascuno si esercita infatti nel rispetto della libertà altrui, se non vuole trasformarsi in arbitrio.

Analoga libertà anarchica viene oggi affermata come valore per quanto attiene al linguaggio dei social, che hanno recentemente rinunciato a ogni forma di censura in nome del diritto alla libera espressione, lasciando licenza a violenti e odiatori.

La stessa pretesa si esprime a livello di Stati, con un sovranismo che reclama piena facoltà di affermarsi incondizionatamente: always first.

Non è un problema nuovo, già i Greci se l’erano posto, ma pensavamo che la severa lezione della Storia avesse definitivamente vaccinato almeno noi, cittadini occidentali.

Mi sembra di udire la voce del mio professore di filosofia che in anni lontani parlava del Protagora.

Nel dialogo platonico Prometeo e il fratello Epimeteo compaiono come gli incaricati da Zeus di assegnare a tutti gli esseri viventi, animali e umani, le rispettive qualità. Epimeteo, troppo generoso con gli animali, si accorge di non avere più nulla da attribuire all’uomo. Interviene Zeus a concedergli le due virtù che rendono possibile la vita sociale: dike, la giustizia, e aidos, parola  la cui traduzione migliore è “rispetto” o “pudore”.

La civiltà inizia con la giustizia, ma anche con il rispetto nei confronti dell’altro e con il pudore che ciascuno mette nelle proprie azioni. Rispetto e pudore sono alla base del riconoscimento reciproco e permettono di impostare un dialogo che sia confronto di idee senza pretesa di sopraffazione e che eserciti la cura della parola.

Socrate sostiene, a differenza del sofista suo interlocutore, che quelle virtù possano essere trasmesse attraverso un percorso educativo e quindi introiettate.

È questa capacità educativa che è venuta a mancare?

Dopo tanti secoli di progressi per quanto riguarda la sensibilità sociale, assistiamo a una regressione della coscienza collettiva?

Mentre scrivo queste note mi giunge notizia di uno spettacolo teatrale di Alessandro Baricco su testo di Tucidide riguardante il famoso conflitto tra Atene e l’isola di Melo.

Il discorso degli ambasciatori ateniesi è una lezione politica che mantiene anche oggi la sua validità. Di fronte ai cittadini di Melo che rivendicano il loro diritto a libertà e indipendenza, e invocano la giustizia, gli ambasciatori della democratica Atene sostengono che la giustizia si esercita tra pari, ma che, quando esiste divario di potenza, vige il diritto del più forte e la necessità di sottomettersi.

Proprio per arginare questa cruda realtà sono sorti organismi internazionali con l’intento di affermare un diritto universalmente valido: ONU, Corte Internazionale di Giustizia, alleanze sovranazionali più o meno vincolanti. Attualmente queste istituzioni appaiono indebolite, impotenti o, peggio, silenti di fronte a palesi violazioni di diritti universalmente riconosciuti e crimini contro l’umanità.

Il peggio è che le aggressioni che esercitano il diritto del più forte non suscitano sempre indignazione: vengono accettate con atteggiamento che si dice pragmatico e talvolta ottengono addirittura consenso.

Nei rapporti internazionali, come in quelli privati, viene ignorato il limite — quello di cui parlano le parole giustizia, rispetto, pudore — che rende possibile la vita civile, autorizzando ciascuno ad agire la propria libertà in una società e in un mondo di ugualmente liberi.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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