Attualità

Milano ha perso l’agenzia ma l’Europa ha perso la faccia

È un consesso incivile quello in cui vincono o in cui si salvano non i più meritevoli, ma i più fortunati

Un deleterio danno psicologico si aggiunge alla beffa della sconfitta di Milano, che ha perso per sorteggio l’Agenzia del farmaco (un business da tremila posti di lavoro e da quasi due miliardi di valore di indotto), aggiudicata ad Amsterdam grazie alla monetina. Con quale faccia potremo continuare a blaterare di meritocrazia se perfino l’Europa, per spartire le direzioni più prestigiose lasciate vacanti dalla Brexit, non trova di meglio che ricorrere alla dea bendata?

Neppure il calcio, che pure ha un regolamento tra i più stupidamente contorti, prevede più di assegnare una partita a testa o croce. L’ultima nefandezza, se non ricordo male, fu agli europei del ’68, quando grazie al culo del grande Facchetti, che scelse la faccia giusta, l’Italia sbarcò in semifinale eliminando l’Unione Sovietica. Poi inventarono, in caso di parità dopo i tempi supplementari, i calci di rigore. Che qualcuno definisce “un terno al Lotto” ma che comunque sono legati all’abilità di chi li tira e di chi li para. Trovo scandaloso che i sommi burocrati di 27 Paesi non siano riusciti a produrre un regolamento che escludesse di affidare alla dea bendata scelte tanto più importanti di una partita di calcio.

E mi viene il sospetto che questa assurdità non sia casuale. È assai diffusa la tendenza a demandare al fato la soluzione di problemi che dovrebbero invece essere frutto di approfondimenti razionali. Non mi riferisco tanto al dilagare della astrologia, della chiromanzia e di altre pratiche medievali, credenze a mio avviso esecrabili, ma pur sempre sostanzialmente innocue.

Ben più gravi conseguenze produce la convinzione che sia la dea bendata, più che l’impegno e il merito, a determinare i casi della vita, e ancor più grave che siano gli Stati a cavalcare questa eresia, autorizzando o gestendo in proprio giochi d’azzardo truffaldini.

Sulla ruota della fortuna l’Italia ha una posizione da protagonista. Puntiamo poco meno di cento miliardi di euro all’anno, poco meno di quanto spendiamo per mangiare. E a dirigere il gioco, scandalosamente sbilanciato dalla parte del banco, è proprio lo Stato. È lo Stato che suggerisce ai contribuenti, anche al pensionato poco sopra la soglia di sopravvivenza, di rinunciare ai beni di prima necessità per inseguire il mito del superenalotto milionario. È la TV di Stato che ti può far ricco ogni sera se scegli il pacco da centomila euro. Ed è sempre lo Stato che succhia milioni di euro in tasse sulle diaboliche macchinette che eufemisticamente chiamiamo mangiasoldi: sono mostri antropofagi, mangiano il cervello di quei poveretti (sono migliaia solo in Italia) che finiscono dallo psichiatra malati di ludopatia.

Immagino l’obiezione: non si può impedire alla gente di sognare, e non si può certo negare che la fortuna sia, dalla notte dei tempi, alleato spesso determinante per realizzare un obiettivo, per superare un ostacolo, per evitare una disgrazia.

Ma altro è subire o sfruttare i capricci del fato, altro prevedere per regolamento di farvi ricorso in materie che dovrebbero rimanere regolate da principi razionali. Se è comprensibile che ceda alle lusinghe della dea bendata chi non vede altra via d’uscita, è inaccettabile che essa venga invocata come strumento di soluzione di un processo, o di un concorso, o di un’elezione. È un consesso incivile quello in cui vincono o in cui si salvano non i più meritevoli ma i più fortunati.

Giornalista, ex direttore editoriale di Rcs, ex direttore del settimanale Oggi

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *