Attualità

Sono alleati del coronavirus i portatori sani di panico

Al di là dei danni dell’epidemia, producono conseguenze drammatiche le bugie e le esagerazioni che circolano sui social

È tempo di paure. Quelle razionali e condivise – la perdita o la mancanza di lavoro, l’incertezza economica e politica, il degrado ambientale, i conflitti internazionali, la criminalità… – e quelle nascoste, che ciascuno di noi coltiva in segreto, spesso con sensi di colpa e vergogna.

Assurde per l’occhio dell’osservatore esterno, ma dolorose per chi le prova e pur ne comprende l’irrazionalità. Paure dei luoghi aperti, degli spazi chiusi, dell’altezza, di cani, gatti, uccelli, insetti, per ognuna delle quali è stato trovato un termine scientifico, ma anche paure senza nome che diventano ansia, angoscia, depressione, paura di aver paura.

Il coronavirus  ha permesso a tutto questo materiale magmatico di emergere dal profondo e di coagularsi nella paura del contagio. Dietro di essa si agitano i fantasmi di epidemie che da un passato recente risalgono i secoli, fino a evocare flagelli orrorifici di epoche lontane.

In questo processo, globalizzazione e copertura mediatica hanno avuto un ruolo amplificatore determinante.

Gli uomini del secondo millennio, abituati a trovare in farmacia il rimedio per ogni male, si sono accorti con incredulità e sgomento che, per ora, non c’è vaccino per quella che, stando ai sintomi, si presenta come una banale influenza.

Ritorna l’antica fantasia dell’untore, che in questo caso ha come segno distintivo gli occhi a mandorla. E allora ristoranti cinesi vuoti, bambini cinesi invitati a stare a casa da scuola, residenti cinesi guardati con sospetto. Senza riflettere che è più a rischio un finlandese giramondo che un ristoratore cinese che vive e lavora in Italia.

Poi immancabilmente ecco profilarsi il complottismo di coloro che “non se la bevono”, convinti che “non ce la raccontano giusta” e che i destini del mondo siano diretti da una centrale occulta, ove opera l’oscuro potere di pochi che tramano nell’ombra. In ottemperanza a questo copione si è già diffusa la notizia che il coronavirus sarebbe stato creato in un laboratorio militare di Wuhan.

Secoli di civilizzazione e di progresso scientifico sembrano improvvisamente non contare più: sono i fantasmi che ciascuno si porta dentro a emergere, a imporsi, a rendere creduli di fronte a fake news fantasiose.

L’epidemia, oltre a portare morte, ha scatenato l’infodemia, ovvero la sovrabbondanza di informazioni non controllate, favorendo l’emergere di un razzismo latente nei confronti dei cinesi che ha momentaneamente oscurato quello nei confronti dei migranti (ma con la scoperta del primo caso in Africa è probabile che si torni presto a sostenere che il pericolo  viene dal mare).

Fioccano le disdette per viaggi verso le destinazioni più disparate e con le motivazioni più assurde (leggo sul “Corriere” di una gita scolastica a Venezia annullata perché “lì ci sono molti cinesi”).

Intanto il sospetto si è esteso dai cinesi ai ristoranti giapponesi – non si sa mai – e sui social viaggiano immagini disgustose di zuppe al pipistrello, leccornia che però non ha niente a che vedere con la Cina, appartenendo alla tradizione gastronomica della Micronesia.

Le reazioni al coronavirus ci avvertono che nel nostro profondo persiste qualcosa di ancora primitivo che sfida qualsiasi verità scientifica e che dobbiamo sorvegliare con attenzione per prevenire ondate di panico dagli esiti, in una società globalizzata, potenzialmente catastrofici.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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