E io: “Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali”.
Ed elli a me: “Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi
ad ogni conoscenza or li fa bruni”.
(Inferno, canto VII)
Siamo nel IV cerchio dell’Inferno e Dante pensa di poter riconoscere qualcuno dei peccatori che sono qui puniti, ma essi, unici tra tutti gli spiriti della “Commedia”, non sono identificabili. Questo particolare trattamento il Poeta lo riserva a avari e prodighi: i dannati, divisi in due schiere opposte, si muovono lungo un semicerchio spingendo con il petto grandi massi e, quando arrivano a scontrarsi, si ingiuriano a vicenda, per poi tornare indietro e rinnovare l’inutile lavoro, il vano affaticarsi. A costoro, che in una vita dissennata si sono fatti possedere dal denaro, viene negata ogni forma di riconoscimento: hanno smarrito la loro umanità.
Nel libro “Il mito del denaro”, lo psicoanalista Claudio Widmann, adottando una prospettiva junghiana, stabilisce una equazione tra il denaro, energia vitale che permea l’organismo economico, e la libido che anima l’apparato psichico. Come tale, il denaro condensa in sé Eros e Thanatos, energia creatrice e stasi mortifera. Il suo volto d’ombra consiste nella deviazione del desiderio, che lo trasforma da mezzo a fine, quando l’idea fissa dell’accumulo della ricchezza assorbe tutte le risorse personali diventando il pensiero dominante.
Il mito e la letteratura ci offrono tutta una serie di indimenticabili figure drammatiche di chi crede di possedere e invece è posseduto, individui ai quali l’oro o il denaro, suo equivalente simbolico, hanno mangiato l’anima: da Re Mida a Creso, dall’Euclione plautino, archetipo della maschera teatrale dell’avaro, a Shylock e all’Arpagone di Molière, dai tanti usurai e uomini avidi che popolano il romanzo dell’Ottocento allo Scrooge di Dickens, avaro redento.
La ricchezza dell’avaro è tossica, impregnata di distruttività, come mostra il ritratto di lui impresso nella memoria collettiva: vecchio sgradevole, solo, sospettoso, ossessionato dal risparmio, arido di sentimenti. La volontà di accumulo blocca l’energia del denaro, che per essere creativa e produttiva deve circolare liberamente, ma anche l’eccessiva prodigalità è sterile, perché sciupa risorse senza costrutto. Tanto l’avarizia che la prodigalità spengono il desiderio, la prima bloccandone la vivacità per l’ossessione del possesso, la seconda esigendone l’appagamento immediato.
Il denaro evoca lo scintillio dell’oro di cui è simbolo, oggi un po’ appannato in quanto largamente sostituito da bancomat e carte di credito che lo smaterializzano, mentre all’orizzonte già si intravvedono le criptovalute, qualcosa di ancora più volatile, ma, sulle orme di Freud, evoca anche lo sterco, addirittura quello del demonio, quindi la sporcizia delle feci, di cui troviamo traccia in espressioni di uso comune, quali “denaro sporco”, “vil denaro”, “fondi neri”, “sporchi capitalisti”.
L’ambiguità tra splendore aureo e caratteri escrementizi è all’origine di atteggiamenti e sentimenti contraddittori:
il denaro è divino e diabolico, oggetto di desiderio e di disgusto, è potere, controllo, sicurezza, prestigio, misura della realizzazione personale, conferisce identità.
Persegue intenti nobili promuovendo arte, cultura, scienza, ma è anche strumento di corruzione e risultato di delinquenza.
Compensa l’incertezza della vecchiaia alla quale assicura la possibilità di cure e di assistenza.
Può dare sostegno a un io fragile, preda di insicurezza e di senso di inferiorità. È misura di riconoscimento sociale: vi sono individui che indossano la maschera di una vita sfavillante, mentre sono oberati di debiti, per placare il dubbio di non essere nessuno. In caso di separazioni, divorzi, successioni ereditarie, può diventare strumento di indennizzo, risarcimento, vendetta.
Il potere economico si coniuga spesso con l’immagine di potenza sessuale a comporre una figura trionfale di dominatore. Il denaro può essere percepito anche come cosa volgare, produrre vergogna e senso di colpa, compensati con atti di generosità che convogliano rivoli di risorse a opere pie e fondazioni benefiche. È in grado di creare dipendenza e di sciogliere dalla dipendenza.
Beneficare una persona è senza dubbio un gesto generoso, ma può celare il desiderio, magari inconscio, di controllarla. La obbliga comunque alla riconoscenza, il cui peso è gravoso da portare. Invece, pagare una prestazione libera da obblighi, riscatta la libertà. Riflettendo sul suo rapporto con il denaro, ciascuno di noi potrebbe apprendere molto sulla struttura della propria personalità.
Dimmi come spendi e ti dirò chi sei. Probabilmente a una domanda diretta la maggioranza risponderebbe: con buon senso. Ma il “buon senso” è misura soggettiva…


