No, la comfort zone non è il male assoluto

La zona in cui ci sente a proprio agio può diventare limitante e allora serve uno sforzo per mobilitarsi alla ricerca del benessere. Ma non è la ricetta valida per tutti

Ultimamente mi è capitato di discutere diverse volte di comfort zone, assieme a persone che si stanno apprestando a compiere una scelta importante nella loro vita o che si sentono bloccate e non sanno che strada prendere. O ancora, che si trovano bene dove stanno, ma sentono una pressione indefinita a dover per forza operare un cambiamento.

Quello della comfort zone è un concetto molto caro ai professionisti del benessere psicologico, ma anche e soprattutto a mental coach, guru, maestri di vita, il cui imperativo è sempre: “Supera i tuoi limiti, oltrepassa i tuoi confini, esci dalla tua comfort zone!”. Anzi, tra gli slogan più comuni ci sono quelli che ricordano che “la vita inizia fuori dalla comfort zone” e che solo uscendo da questa si possono avere crescita, sviluppo, benessere psicologico, addirittura vera felicità. Insomma, tutti quanti sono assolutamente concordi sul fatto che sia giusto abbandonarla. Ora, complice anche la mia natura tendente all’accomodarsi e alla tranquillità, mi sono chiesta: ma è così necessario uscire dalla zona di comfort? Perché devo per forza superare i miei limiti? In nome di che cosa?

L’espressione “Comfort zone” è stata coniata nel 1908 in seguito ad un esperimento condotto dagli psicologi Yerkes e Dodson, che rilevarono che uno stato di benessere genera un livello costante di rendimento, ma per migliorare le prestazioni è necessario sperimentare un certo grado di ansia e stress. Questo stato di ansia motivante si trova appena fuori dalla zona di comfort. La comfort zone è qualcosa che tutti abbiamo e che è soggettiva: può essere il lavoro che svolgiamo da anni, il posto dove andiamo sempre in vacanza, il negozio dove facciamo sempre acquisti, la strada che facciamo ogni giorno per recarci a lavoro, insomma tutte quelle abitudini che seguiamo con assiduità perché ci garantiscono tranquillità e prevedibilità, in quanto sappiamo sempre cosa aspettarci, sentendoci quindi al sicuro.

E non c’è nulla di male a volersi sentire al sicuro, no? Tuttavia,

la cultura moderna, così imperniata sul mito della performance, delle sfide da affrontare, del correre sempre e comunque oltre, oltre qualunque cosa, del cambiamento continuo (e pazienza se spesso quest’ultimo si trasforma in precarietà) esalta l’uscita dalla zona di comfort come un’azione da vincente e considera mediocre chi, invece, sceglie di rimanerci.

È molto facile esaltare il rischio, perché chi non rischia non ha successo (ma quante persone rischiano e poi falliscono miseramente non ce lo dice nessuno), ed esortare a superare la paura di uscire dalla comfort zone abbattendo i nostri limiti, perché solo così raggiungeremo risultati ammirevoli, ma ci siamo mai chiesti se ne valga veramente la pena? Uscire dalla comfort zone perché la società ce lo impone, senza valutare adeguatamente i rischi e i benefici che questo comporta, potrebbe portarci a compiere delle scelte di cui potremmo pentirci in futuro. Inoltre, vivere ossessionati dall’idea che bisogna uscire dalla comfort zone perché è giusto così, è una strada sicura per sviluppare ansia e aumentare il livello di stress.

Ognuno di noi è diverso, ma non mi sentirei di definire più “sano” colui o colei che sente la necessità di sfide ricorrenti e di cambiamenti continui rispetto a chi, invece, preferisce vivere nella sicurezza e nella prevedibilità.  A volte può capitare che la vita ci sottoponga a situazioni difficili alle quali non eravamo preparati: in questo caso, tornare alla nostra zona di comfort può generare il sollievo che ci è mancato e può farci recuperare le energie perdute; altre volte, invece, è possibile che non sia il momento giusto per lasciarla, perché non siamo abbastanza disposti, perché non ci sono le condizioni giuste: in questo caso, spingerci per forza oltre i nostri limiti può abbatterci, invece che farci spiccare il volo.

Maggior spazio e legittimazione, quindi, anche a chi sceglie di rimanere nella propria zona di comfort perché si sente a proprio agio e pienamente soddisfatto così: non bisogna sentirsi in colpa se non si vogliono aggiungere più ansie e sfide alla propria vita, non dobbiamo per forza espandere i nostri limiti, specie se non ne sentiamo la necessità in questo momento. Soprattutto, siamo noi ad avere il polso della nostra vita: è importante guardarci dentro e valutare se vogliamo davvero operare un cambiamento nella nostra esistenza in questo momento, se invece preferiamo rimanere dove siamo, perché stiamo bene così, o se stiamo più o meno consapevolmente rispondendo alle richieste di una società che ci vorrebbe tutti al top. Ma il nostro top lo decidiamo noi.

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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