Attualità

Il telefonino è la mia mamma e il cavetto il mio cordone ombelicale

Il cellulare è una protesi che stabilmente ci accompagna: ci permette di essere sempre connessi, illudendoci di non essere mai soli.

Narra Platone, nel Simposio, che uomini e donne sarebbero il risultato della divisione cruenta di un unico essere, completo e autosufficiente. Da qui il bisogno di amore e di essere amati per sanare la ferita e ricomporre la mutilazione.
Nella nostra era tecnologica, molti di noi la mitica unità originaria l’hanno ritrovata grazie al cellulare, o meglio al telefonino, nome più intimo e affettivo che meglio gli si addice, nuovo feticcio, capace di creare una dipendenza generalizzata.
Gelosamente custodito in tasca, nella borsa o nello zaino, ma per la maggior parte del tempo nel palmo della mano, ci accompagna in ogni momento, ci scorta in qualsiasi situazione.
Il suo potere si rivela trasversale rispetto a cultura, classe sociale, età anagrafica, livello di istruzione. Il suo uso può rasentare la sindrome ossessiva compulsiva, la sua privazione crea disturbi da astinenza.
Una associazione che questo forte legame mi suscita è quella con la simbiosi tra madre e figlio, naturale nelle prime fasi di vita, ma che deve poi allentarsi, permettendo al bambino di crescere e di conquistare la sua autonomia. La nuova forma di simbiosi indotta dal cellulare minaccia invece di ricacciarci in uno stato di dipendenza regressiva.
Ma non è mia intenzione soffermarmi su questi aspetti patologici, quanto riflettere sulle radici di un utilizzo tanto universale.
Questo strumento ci permette di essere costantemente connessi, di “essere con”, sia in termini reali che simbolici, ovvero ci consente di esorcizzare il vuoto di identità, ci illude di non essere mai soli.
Mi ricorda il rocchetto di freudiana memoria, attraverso il quale, lanciandolo e recuperandolo mediante un filo, il bambino mette in scena l’assenza e il ritorno della madre e impara ad accettarne la separazione perché acquista fiducia che comunque ritornerà.
Il telefonino assolve la stessa funzione: trasforma l’esperienza frustrante dell’assenza in qualcosa che è in mio potere controllare.

Possiamo anche immaginarlo, completo del cavetto che lo alimenta e lo ricarica, come un cordone ombelicale fantasma che in ogni momento è nostra facoltà riattaccare.

Che alla radice ci sia sempre l’eterno problema, comune a tutti noi, della dipendenza affettiva, il cui archetipo è quella dalla madre? E quindi la paura dell’abbandono, del quale quello da parte della figura materna è ancora archetipo?
Il mito platonico, prima ricordato, è suggestivo e interpreta simbolicamente con efficacia la ricerca di vicinanza e affetto che determina le nostre pulsioni. Il bisogno dell’altro è caratteristica umana, nostro limite, ma anche nostra grande ricchezza.
Oggi che, in una società globalizzata e sempre più complessa, la vicinanza reale risulta spesso difficile, l’oggetto che permette una vicinanza virtuale finisce così per assumere un potere centrale nelle nostre vite.
Il telefonino raccoglie oggi in sé e detiene i fili di tutti i rapporti: ciò che fino a tempi recenti era disperso in molti rivoli, in molti “rocchetti”, ed esigeva canali diversi e diversamente impegnativi di contatto, lettere, incontri, visite, telefonate in tempi precisi, ora si trova condensato in un unico oggetto onnipresente, tirannico padrone delle nostre vite.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

Un commento

  • Paolo Subioli

    MI sembra molto interessante, ma aggiungerei anche che nel rapporto tra genitori e figli oggi questo cordone ombelicale diventa una zavorra pesante, che frena l’autonomia dei ragazzi.
    Che gli adolescenti usino lo smartphone non possiamo evitarlo, ci mancherebbe, ma i genitori hanno il dovere di farne un uso moderato, che consenta ai propri figli di sentirsi realmente liberi e proiettati verso l’autonomia.

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