A scuola non basta istruire, serve ritrovare il piacere della conoscenza

Le criticità evidenziate dal nostro sistema scolastico mostrano come siano necessari interventi che ne migliorino l’efficienza. Ma realizzare un’istituzione efficiente non basta, è importante coltivare il desiderio: degli insegnanti perché scoprano la bellezza dell’educare, degli studenti perché godano del piacere della conoscenza

“La più grande, la più importante, la più utile regola di tutta l’educazione è non di guadagnare tempo, ma di perderne”.

                                                                                               Jean Jacques Rousseau

Una buona partenza per un discorso sulla scuola. Molti anni fa, quando ancora insegnavo in un prestigioso liceo milanese, gli studenti proposero agli insegnanti un questionario, nel quale si chiedeva di indicare, attraverso quattro voci, le qualità del loro alunno ideale. Nelle risposte ricorrevano, come ci si poteva aspettare, espressioni quali impegno, costanza nello studio, correttezza di linguaggio, rispetto delle regole, serietà nello svolgimento dei propri doveri, capacità di rielaborazione personale dei contenuti appresi, ma molti dei docenti avevano messo ai primi posti: desiderio di apprendere, amore per il sapere, passione per la conoscenza, curiosità intellettuale, entusiasmo.

A questo punto si potrebbe obiettare che questo desiderio, questo amore, questo entusiasmo, fatta eccezione per i rari casi in cui siano innati, sta proprio agli insegnanti saperli suscitare.

Ma il corpo docente, schiacciato da una burocrazia sempre più invadente e ottusa, scarsamente incentivato economicamente, mortificato nel prestigio sociale, non è tutto all’altezza di tale compito. Difficilmente riesce a comunicare entusiasmo chi non lo possiede: per poter trasmettere il fascino del sapere bisogna provare soddisfazione per il proprio lavoro, amore per la propria disciplina, piacere nel guidare i discenti a conoscerne i segreti e a scoprirne la bellezza.

Sono poi necessarie buone doti di comunicazione, importanti quanto, e forse più, delle stesse   competenze professionali specifiche.

La filosofia nasce dalla meraviglia, diceva Aristotele, e possiamo sicuramente estendere questa affermazione a tutte le discipline.

Ma perché la meraviglia della scoperta si produca e generi desiderio di conoscenza è necessario dilatare i tempi dell’apprendimento, indugiare, a volte deragliare dalla linea prevista per prendere sentieri laterali ed esplorare zone non contemplate dal programma: allora è possibile che allievi e studenti si trasformino da fruitori passivi in protagonisti del processo educativo.

Diversamente tutto si traduce spesso in un sapere rigidamente impartito, frettolosamente appreso e presto dimenticato.

Ma all’insegnante viene invece chiesto di correre: la mole di prove da correggere, la “congrua” serie di interrogazioni richiesta, e poi le molteplici riunioni – consigli di classe, di materia, collegi, gruppi di programmazione, incontri con i genitori – verbali e relazioni da stendere, protocolli da seguire, carte da riempire sottraggono tempo ed energie all’ascolto, al dialogo, a esperienze didattiche innovative. Siamo “manovali” – si levano voci sconsolate – di un gigantesco ingranaggio burocratico. C’è un altro modo di fare scuola? 

Sì, c’è, ma accendere il desiderio, coinvolgere bambini e ragazzi razionalmente ed emotivamente, suscitarne la curiosità, stimolarne fantasia e creatività richiede tempo, tanto tempo. Anche le iniziative e i progetti, alcuni di alto profilo, di cui viene fatta ampissima offerta alle scuole non possono ridursi a eventi occasionali, slegati dalla programmazione didattica, ma devono venire integrati nel percorso educativo, se si vuole renderli esperienze feconde.  Oggi, di fronte ai risultati scoraggianti delle analisi sul livello di preparazione dei nostri studenti – insufficiente conoscenza delle strutture della lingua italiana, incapacità di comprendere i testi letti, difficoltà ad affrontare il discorso scientifico, povertà argomentativa – appare sempre più necessaria una seria riforma del sistema scolastico. La qual cosa comporta importanti stanziamenti per l’edilizia, revisione delle modalità di formazione e reclutamento degli insegnanti, aggiornamento dei programmi, riorganizzazione dei cicli di studi.

Ma realizzare un’istituzione efficiente non basta: “istruire” non può essere il solo obiettivo di una scuola che si proponga di formare cittadini consapevoli e individui capaci di pensiero autonomo. È giunto il momento di tornare ad usare la parola “educazione”, oggi poco presente nei testi di didattica e nei trattati pedagogici, e cominciare a coltivare il desiderio, per riscoprire la bellezza dell’educare e poter trasmettere il piacere della conoscenza.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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