Psiche

Facebook non disferà il lettino dello psicanalista

Le confessioni esibite sui social non toccano gli aspetti più intimi del proprio io

Che fine faranno psicoterapeuti e psicologi nell’era dei social, se nessuno custodisce più il suo segreto? Come sostenere una simile concorrenza? Siamo circa 90.000, che ne sarà di noi? Ci sarà ancora bisogno dei medici dell’anima? Siamo seriamente preoccupati. L’ansia serpeggia tra le fila dell’Ordine.

Un tempo c’era per tutti la confessione (per molti c’è ancora), preceduta dalla contrizione e seguita dalla penitenza, che avveniva in uno spazio nascosto e protetto e vincolava al segreto.

Anche il colloquio psicoterapeutico, che ne è, in parte, la moderna versione laica, avviene in un ambiente discreto e privato, e anch’esso vincola al segreto.

Ma oggi, nell’era dei social, si è consumata la separazione tra privato e pubblico e tutti si confessano senza pudore davanti alle telecamere,

su Facebook, Twitter, WhatsApp o Instagram, rivelando amori, tradimenti, relazioni sessuali, conflitti generazionali e matrimoniali, analizzando i rapporti con genitori, figli, amici, sviscerando ogni piega dei propri vissuti, ogni più intima emozione.

E a seguire sussurri e grida, pianti e abbracci: la liberazione catartica come pubblico rito.

E poi le interpretazioni affidate ai followers, premendo like o vomitando ingiurie.

Sorge un dubbio: un uomo così esposto mediaticamente ce l’avrà ancora l’inconscio?

La confessione pubblica in TV ubbidisce al bisogno di spettacolarizzazione e sfoga l’esibizionismo propri dell’epoca in cui viviamo. Il pettegolezzo, un tempo delizioso piacere dei discorsi salottieri, si è globalizzato, ha occupato gli spazi pubblici dei giornali e dei social, rasentando, in alcuni casi, l’espressione artistica.

Tuttavia la “Verità” esibita è una ben povera verità. Ciò che si spaccia per tale è solo la narrazione che ci siamo raccontata, l’immagine che ci siamo costruita in assenza di contraddittorio. O meglio, ciascuno, spesso in buona fede, rivela quanto sa di sé, quel tanto di sé che conosce: il suo privato, non la parte più profonda e autenticamente segreta.

Pertanto, cari colleghi, state tranquilli, per noi ci sarà sempre lavoro. Chi voglia veramente conoscersi non può prescindere da una relazione che si attua in un setting collaudato, lontano dai rumores dei social, che comporta lo sviluppo di transfert e controtransfert, in cui è il confronto con il terapeuta che mi fa da specchio a permettermi di guardarmi e di conoscermi realmente.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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