Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae una scena dallo spettacolo “La reginetta di Leenane”: davanti a un muro di mattoni a vista, in ombra, c’è a sinistra un donna anziana che guarda in uno specchio a destra quello che dovrebbe essere il suo riflesso, mentre invece è una donna giovane che porta sulla testa una coroncina tempestata di pietre preziose. L'espressione della donna anziana è corrucciata, triste e severa; quella della donna giovane è triste e orgogliosa.
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Fa più una sera a teatro che un manuale di psicologia

«La reginetta di Leenane», dramma teatrale di Martin McDonagh, in programmazione al Teatro Parenti per la regia di Raphael Tobia Vogel, mette in scena dinamiche che invitano all’analisi psicologica.

Il testo teatrale La reginetta di Leenane del drammaturgo di origini irlandese Martin McDonagh, a breve in scena al Parenti per la regia di Raphael Tobia Vogel, parla del rapporto tra Mag, settantenne invalida, e la figlia Maureen, quarantenne single che la accudisce.

Come spesso avviene, anche in questo caso la letteratura riesce a spiegare alcune dinamiche meglio di qualsiasi manuale di psicologia.

Va in scena la simbiosi: le due donne sono prigioniere di una relazione di tipo sadomasochistico, in cui si scambiano continuamente i ruoli. Il controllo reciproco è quello che permette loro di esistere e di realizzarsi nello scontro intransigente e feroce che non sa cedere al compromesso.

Vengono potentemente descritti i meccanismi perversi di un legame malato.

C’è un momento in cui sembra che la comparsa di un uomo in questo disperato universo femminile apra un varco alla salvezza di Maureen, che per la prima volta si sente palpitare e immagina una vita possibile altrove, ma presto la faglia si richiude. È la madre, minacciata di abbandono, a sabotare la speranza d’amore? O è il sogno di evasione a rivelarsi illusione velleitaria?

La tensione estrema sfocia nel delitto, ma uccidendo la madre è come se Maureen amputasse una parte di sé. L’unico modo per suturare la ferita diventa allora l’incorporazione della figura materna: ne prenderà il posto sulla sedia a rotelle.

La simbiosi malefica ha portato a termine la sua azione devastante.

Mentre leggevo il testo sono stato colto da una curiosa sensazione: nonostante la distanza spaziale e temporale, mi sembrava di avvertire un clima vagamente pirandelliano. La ricerca di identità non è forse al centro della produzione dello scrittore siciliano? Ma cosa può unire autori appartenenti a culture e mondi così lontani?

L’unico elemento comune che mi veniva in mente è il legame con un’isola. Isole pur molto differenti: la nordica, brumosa Irlanda, terra di antiche leggende, e la mediterranea, assolata Sicilia, crocevia di popoli.

Un caso?

Forse per chi nasce in una isola è più difficile la decisione di partire, varcare il mare e approdare sul continente. Potremmo considerare questo faticoso percorso metafora dell’altrettanto faticoso, talvolta doloroso, processo di conquista di identità personale.

Radici ugualmente forti, madre e terra, imprigionano Maureen. Radici velenose che la donna non ha la forza di tagliare se non con un atto di ribellione violenta, che la legherà per sempre nell’espiazione.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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