Per parlare degli altri dobbiamo cominciare da noi stessi. È questo il punto d’avvio più onesto — e più scomodo — di qualunque riflessione, inclusa quella sull’omicidio. La cronaca ce lo impone ogni giorno: morti violente, femminicidi, esplosioni di rabbia che diventano stragi. Ma che cosa ci impedisce di compiere lo stesso gesto? Davvero siamo così lontani da chi uccide?
Nel nostro sistema simbolico, è la sovrastruttura civile — fatta di relazioni, affetti, valori, senso del dovere — a contenere l’impulso. Non è solo questione di morale. È che abbiamo qualcosa da perdere. Chi invece uccide, spesso non ce l’ha più. Nessun legame. Nessuna appartenenza. Nessuno a cui rendere conto.
In carcere, la rieducazione non può ridursi a una questione comportamentale. Un detenuto che “si comporta bene” non è automaticamente un uomo rieducato. È solo uno che ha imparato le regole del gioco. Ma tra comportamento e pensiero esiste un gap, uno scarto psichico che spesso viene ignorato dagli operatori stessi.
Può accadere, cioè, che lo stesso psicologo chiamato a valutare la riabilitazione e il possibile reinserimento sociale del detenuto proietti su di lui il suo tabù: se lo psicologo per primo non fa i conti con l’idea che uccidere possa essere efficace, allora presume che il detenuto abbia superato il problema solo perché non trasgredisce più. Ma il comportamento non basta, occorre un passo ulteriore.
Qui si tocca il nodo più difficile da nominare: l’efficacia dell’omicidio. Uccidere funziona. Risolve, nell’immediato, una frustrazione insopportabile. È un atto primitivo, ma tremendamente risolutivo per chi non ha strumenti simbolici per reggere lo stress della frustrazione.
Non riconoscere questa realtà significa lasciare l’omicidio nel tabù, e quindi non occuparsene. Come il suicidio, che diventa possibile solo dopo averlo mentalmente praticato più volte, anche l’omicidio può diventare un’opzione se il pensiero ci si è affacciato troppe volte (normalizzandolo) senza essere riconosciuto.
Spesso ricorriamo a livello di fantasia al pensiero dell’omicidio, perché anche a livello simbolico garantisce un certo margine di soddisfazione, come quando ci immaginiamo o auguriamo al nostro nemico le peggiori sofferenze. Questo contribuisce a farci capire quanto il pensiero dell’omicidio sia alla portata di tutti, qualcosa che appartiene a tutti e, proprio per questo, è così importante che non si erodano ma vengano nutriti tutti quei legami che ci consentono di restare umani.
C’è chi vive in un regime “di sopravvivenza”. Non nella nostra comoda esistenza fatta di bisogni soddisfatti e reti di protezione, ma in una giungla psichica dove uccidere è un’abilità di difesa. “O io, o lui”, in senso letterale. In queste condizioni, uccidere non è follia: è una strategia, una soluzione.
E allora, di cosa ha bisogno davvero una persona che ha ucciso? Di una rete relazionale e affettiva, di una cultura simbolica che gli restituisca un senso del limite e del valore. Di una società che lo reinserisca e favorisca la creazione di un contesto di riferimento sociale e di legami affettivi, non con l’obbedienza, ma con la capacità di preferire un legame alla soddisfazione istintiva.
Infine, un nodo che riguarda anche la narrazione della violenza omicida: la frequenza della cronaca nera, la ripetizione continua di titoli su femminicidi, omicidi, stupri, finisce per erodere le stesse strutture psichiche che ci proteggono. La reiterazione normalizza, autorizza. Trasmette l’idea che viviamo nel pericolo costante. E quando ci sentiamo sempre in pericolo, torniamo primitivi.
Forse allora dovremmo smettere di raccontare certi fatti come fossero eccezioni mostruose, e cominciare a guardarli per quello che sono: esiti estremi di un sistema che ha smesso di contenere.


