Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae 3 piume che fluttuano nell'aria sotto un cielo azzurro con qualche soffice nuvola.
Psiche

Elogio dell’inerzia

Il libero arbitrio, orgoglio di noi umani, è un dono prezioso o un pesante fardello, la condanna per una antica colpa? L’inerzia ci libera dall’angoscia della scelta, dall’ansia di prestazione, ci dona la pace dell’inazione, lasciando che la vita accada.

Il libero arbitrio è il regalo di un peccato, anzi del peccato, il peccato originale.

Adamo ed Eva se lo sono conquistato e ce lo hanno trasmesso a prezzo della cacciata dall’Eden.

Il libero arbitrio è un dono o la condanna per una colpa da espiare (o forse solo una illusione)?

Sicuramente ci ha regalato il dovere della scelta, con il suo carico di angoscia… e l’inerzia (da non confondersi con l’ignavia) come desiderio.

Dopo secoli di esaltazione del libero arbitrio ci sentiamo in dovere di elogiare l’inerzia, a lungo e forse a torto disprezzata.

Se il segreto della felicità fosse non scegliere affatto, lasciarsi vivere?

Non decidere è un atto liberatorio, di fiducia, di abbandono al flusso della vita. Una forma di saggezza antica.

Quando accettiamo l’inerzia smettiamo di preoccuparci di controllare tutto. Lasciamo che siano le circostanze, il tempo, gli altri a scegliere per noi. E, sorprendentemente, ci accorgiamo che spesso le cose si risolvono meglio di quanto avremmo potuto immaginare. La vita, in fondo, è più intelligente di noi.

L’inerzia ci libera dall’ansia di prestazione e ci permette di abbracciare la vita senza cercare di dominarla. È un ritorno all’essenziale, a un’esistenza più autentica.

Elogiare l’inerzia significa riconoscere il valore del non fare, del non decidere, del lasciare che la vita accada.

Non sempre dobbiamo essere i protagonisti attivi della nostra storia. A volte essere spettatori consapevoli è il ruolo più saggio e felice che possiamo scegliere. Nell’inerzia c’è la pace di chi ha smesso di temere il futuro e ha imparato a vivere nel presente con semplicità e gratitudine.

Non è questo l’insegnamento che ci viene anche dalle filosofie orientali?

Tuttavia, se l’imperturbabilità del saggio che si rifiuta all’agire è espressione di superiore sapienza nel singolo, quando si allarghi a un intero gruppo sociale comporta allentamento dei rapporti di solidarietà propri del vivere associato, arresto di uno sviluppo indirizzato al bene comune, rinuncia all’affermazione di valori condivisi, decrescita (quanto felice?) non solo economica, ma culturale, infine inevitabile decadenza.

La soluzione può essere solo un giusto equilibrio tra le diverse istanze: la necessità di assumersi la responsabilità di decidere senza lasciarsi schiacciare dall’ansia di controllo, felici di abbandonarci all’imprevedibilità del caso.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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