Colloqui fatti di silenzi per combattere la solitudine

Ecco le mie risposte a chi mi chiedeva in che cosa consiste e a cosa serve il mestiere di psicologo

“L’amico è il terzo, dopo io e me… è il sughero che impedisce ai primi due di sprofondare nell’abisso”

Friedrich Nietzsche nel suo “Also spracht Zarathustra” dipinge così la funzione della relazione, come l’unico supporto che possa evitare un avvitamento su se stessi in un soliloquio alienante ed esiziale. 

Certo il Maestro ben conosceva i rischi del parlare da soli, dell’avere solo “io” e “me” come interlocutori. Lui che per lunga parte della vita aveva frequentato il manicomio conosceva bene la solitudine profonda di chi frequenta solo se stesso e dunque rimane prigioniero dei propri vaniloqui. 

Ma se da sempre siamo soli come possiamo dunque trovare compagnia? 

Come possiamo riscaldare almeno in parte questa sensazione glaciale?

Tempo fa mi toccò di rispondere a questa domanda in un gruppo di giovani colleghi che con ansia mi chiedevano in cosa consistesse il nostro mestiere; prima sgombrai il campo dalle più appaganti e suggestive ipotesi circa capacità al limite del magico che vengono spesso attribuite a chi fa lo strizzacervelli. Poi espressi il mio punto di vista:

la nostra missione rimanda sostanzialmente a due funzioni, una, per citare il mio maestro è quella di aiutare le persone a rileggere le proprie tragedie in chiave di commedia, ovvero di prendere distanze dalla immutabilità e dalla rigidità di alcune narrative e l’altra, a mio modo di vedere la più importante, è quella di far sentire gli altri meno soli. 

Non mi sembrava di aver detto qualcosa di incredibilmente intelligente ma notai subito che alcune giovani colleghe mi guardavano con una ammirazione ed uno sguardo innamorato che debbo dire mi creava un certo imbarazzo (anche, ahimè, per la marcata differenza di età).  

Qualche giorno dopo mi capitò di leggere sulla pagina social di una collega la mia affermazione, a conferma sua della presunta profondità. 

La spiegazione che mi sono dato nel tempo e che mi convince sempre più è che il senso di solitudine, anche se all’interno di un marasma continuo di voci e di sguardi, cresce sempre di più. 

Penso che la sensazione sia così complessa e profonda anche perché sorprendente e inaspettata in un tempo in cui ciascuno è sempre connesso con tutto il mondo. 

Spesso però accade che persone venute da me per una problematica, a volte anche dolorosa, dopo alcuni mesi di trattamento riescano a stare meglio, a dare un senso diverso alla propria vita e dunque a conquistare una maggiore serenità. A quel punto però sentono ancora il bisogno di venire nello spazio di seduta e di riempirlo di riflessioni, chiacchierate, momenti anche molto piacevoli, finendo dunque con il trasformare quello spazio in una dimensione di calda intimità, di ristoro e rifugio, quasi che le condizioni minime dell’ascolto fossero ormai diventate cosi rare da potersele permettere solo in quel contesto. 

Mettendola sul tecnico potrei qui toccare il tema ancora più complesso del potere dello psicologo e della dipendenza del paziente (tematica antica se si pensa che il primo ad occuparsene fu Freud). Mi preme invece una conclusione semplice e positiva:   in un tempo in cui per qualsiasi bisogno abbiamo una risposta tecnica, manualistica, specializzata, il bisogno vero e profondo, quello esistenziale, è di  essere ascoltati in uno spazio in cui non vi è giudizio, non vi sono implicazioni eccessivamente affettive, in cui la persona possa ritrovarsi e riconoscersi nella sua umanità, in un semplice che non è superficiale, in un tempo in cui siano importanti non solo le parole ma anche i silenzi. 

Lo sappiamo da sempre: quando cominciamo ad ascoltare i silenzi oltre che i suoni, allora e solo allora può nascere una buona musica. 

Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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