Anche se non mangi è un piacere averti a tavola e parlare con te

L’anoressia si può combattere in famiglia valorizzando e sottolineando l’aspetto conviviale del cibo e della nutrizione

“Dobbiamo cercare qualcuno con cui mangiare e bere, prima di cercare qualcosa da mangiare e da bere, perché mangiare da solo significa fare la vita di un leone o di un lupo”. Epicuro
Gli ultimi dati statistici rilevano che, in Italia, più di tre milioni e mezzo di persone (per la maggior parte ragazze, ma con una incidenza del 10% tra i maschi) soffrono di disturbi alimentari psicogeni, con circa 8500 nuovi casi all’anno. Anche la mortalità è aumentata: nel 2016 anoressia e bulimia hanno mietuto circa 3240 vittime.
In Italia, i disturbi alimentari psicogeni (DAP) sono balzati agli onori delle cronache sul finire degli anni Novanta, quando televisione e giornali ci bombardavano con immagini di indossatrici dalla bellezza apparentemente inarrivabile, ma che avevano quasi tutte in comune l’estrema magrezza.
Moda e passerelle hanno colpevolmente contribuito a proporre prototipi di bellezza fondati su una immagine corporea poco sana, tanto è vero che, ultimamente, si è assistito a tentativi di riparazione attraverso provvedimenti con cui si vieta alle case di moda di usare modelle troppo magre. Ma è sicuramente riduttivo pensare che la causa dei disturbi alimentari sia ascrivibile solo ai suddetti stereotipi.
Sin dall’alba dei tempi, il cibo non svolgeva una funzione semplicemente nutritiva e biologica legata alla sopravvivenza fisica dell’uomo, ma comportava anche un aspetto sociale, di condivisione, di convivialità: insieme si cacciava la preda, insieme la si consumava.
Pure oggi il momento del pasto è legato ad aspetti relazionali: mangiare con la famiglia, assieme agli amici, diventa un’occasione di scambio, confronto e ascolto.

Sul piatto, quindi, non c’è solo la sopravvivenza fisica, ma anche quella psicologica e relazionale,

perché il cibo non veicola esclusivamente proteine e calorie, ma pure affetti, cura ed emozioni: non a caso, una delle domande che sottendono amore e preoccupazione per l’altro, è proprio: “Hai mangiato?”.
L’anoressica, invece, sembra non poter godere di questo aspetto relazionale “sano” legato al cibo: alla tavola di un’anoressica, spesso la conversazione non è centrata sulla condivisione e sulla accoglienza dell’altro, ma sul controllo e sul giudizio dell’altro; frequentemente si nota come l’argomento cardine, a tavola, diventi il cibo stesso, in un tentativo dell’anoressica di imporre il proprio mo(n)do relazionale patologico: infatti, caratteristica dei disturbi alimentari psicogeni è che si tratta di patologie essenzialmente relazionali, in cui è il continuo confronto tra i membri della famiglia e ciò che è fuori dal nucleo, a definire il “sé” della persona e non viceversa.
Tutti, in queste famiglie, sono estremamente attenti al giudizio altrui, alle apparenze, ai criteri di riuscita sociale: va da sé che percepiranno i propri comportamenti come “causati” da quelli degli altri, come una risposta ad essi.
Occorre instaurare, all’interno di queste famiglie una conversazione differente, tenendo sempre a mente che “conversare” significa proprio “stare con”; in questo modo è possibile spiazzare l’anoressica e uscire dallo scacco conversazionale in cui ella inchioda i suoi commensali e se stessa: il messaggio che sarebbe opportuno veicolare, quindi, deriva dallo spostamento dell’attenzione dal cibo alla persona: “Anche se non mangi, ci fa piacere se sei a tavola con noi”. Sedersi con gli altri diventa così una modalità vitale e affettiva , in alternativa a quella mortifera tipica dell’anoressica.

Alfonso Panella

Psicologo e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con la Fondazione Lighea Onlus.

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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