Si è da poco conclusa Stranger Things, serie TV americana ormai diventata cult, ambientata negli anni ’80 e con protagonisti un gruppo di ragazzini che lottano contro un mostro dai poteri psichici che vuole distruggere il nostro mondo. Una serie che ha tenuto gli spettatori di mezzo mondo sulla corda per circa nove anni, grazie a un sapiente mix di riferimenti culturali anni ’80 (che noi figli di quell’epoca abbiamo particolarmente apprezzato) e all’aver affrontato con delicatezza i temi della crescita, dell’amicizia e della formazione dell’identità.
Ovviamente, appena concluso l’ultimo episodio, sui social è stato tutto un fiorire di pagine che spiegavano il finale nel dettaglio (come se lo spettatore non fosse in grado di capirlo da solo) o che si lamentavano che alcuni aspetti della vicenda (francamente secondari e irrilevanti) non fossero stati spiegati come si deve, riconducendo tutto a non meglio specificati buchi di trama: Robin e Vicky sono poi andate a mangiare da Enzo’s? E la famiglia di Derek è tornata a casa o è ancora nel fienile? E Hopper come ha fatto a non finire in carcere dopo aver ucciso tutti quei soldati?
Così mi sono chiesta: è davvero necessario avere la risposta a queste domande per godere del finale di stagione di una serie potente come Stranger Things? E soprattutto…
Perché c’è questo bisogno impellente di avere tutto spiegato, analizzato, esaminato, come se non si riuscisse più a stare nel vuoto e nel mistero?
Quando eravamo piccoli e ci raccontavano la fiaba di Cenerentola, non ci siamo mai chiesti perché una scarpetta fatta con la magia e su misura del piedino della protagonista si sfilasse quando questa scappava dal ballo; non ci siamo mai chiesti come mai la Fata Madrina avesse deciso di porre la scadenza dell’incantesimo a mezzanotte e non, che so, all’una o alle ventitré. E come faceva la Fata Madrina a sapere che Cenerentola aveva bisogno di lei? Come ha fatto Cenerentola a non prendersi la leptospirosi, stando a contatto con tutti quei topi? Perché il principe riconosce Cenerentola dal fatto che il suo piede entra perfettamente nella scarpetta e non dal viso? Nella fiaba e nel cartone animato sono aspetti che non vengono spiegati, ma questo non ci ha impedito di goderci la fiaba e di ascoltarla e guardarla con stupore e incredulità. Se fossero stati chiariti, si sarebbe persa la magia della fiaba.
Sembra quasi che nel mondo di oggi, fatto di sovrastimolazione e iperinformazione, qualunque aspetto lasciato in sospeso generi disagio e fastidio. Forse perché ci siamo disabituati a immaginare e a rimanere in sospeso, quindi abbiamo bisogno che qualcuno analizzi ogni aspetto di una vicenda, lo sminuzzi, lo mastichi e ce lo imbocchi come le mamme uccello con i loro piccoli? O forse perché pensiamo troppo e quindi abbiamo bisogno di conferme alle nostre conclusioni?
Analizzare tutto, nemmeno stessimo cercando di risolvere un caso di omicidio, offre una potente illusione di controllo: se ho tutto sotto controllo posso dominare l’incertezza e quindi sentirmi al sicuro; invece il vuoto, il non spiegato, il mistero ci costringono a stare da soli con noi stessi, con i nostri dubbi e le nostre paure e, in un mondo che ci sta lentamente abituando a preferire la comprensione e non più il sentire, va da sé che vengono premiate le spiegazioni chiare e inequivocabili e non l’ambiguità, l’emozione soggettiva e il sentire di ognuno. Da qui il bisogno di risoluzione, di chiudere qualunque cerchio, tenendo conto anche del fatto che, in un’epoca social come la nostra, in cui sembra necessario esprimere un’opinione su qualunque cosa, se la nostra ipotesi esplicativa incontra l’approvazione degli altri, allora ci sentiamo di valere, di avere un ruolo.
Se vogliamo chiamare in causa la filosofia, per Heidegger il vuoto non è una minaccia, una mancanza da colmare, ma una matrice di possibilità: restare presenti nel vuoto significa accettare di non avere tutte le risposte e svela la nostra libertà di creare un senso: il vuoto non è assenza di essere ma ciò da cui l’essere può sorgere. Il problema è che nel mondo odierno il vuoto non è considerato come luogo delle possibilità, ma come minaccia, e quindi va riempito.
Più recentemente Byung-Chul Han ci ha spiegato che la società contemporanea, dominata dall’iperinformazione, produce una saturazione di stimoli e informazioni tale per cui anche l’arte, che prima aveva il compito di provocare e far riflettere, adesso si adatta a una fruizione superficiale e immediata che cerca solo piacere e non promuove pensiero: tutto deve significare, non c’è spazio per la riflessione.
Da un punto di vista psicologico questa paura del vuoto, dell’ambiguità e del mistero si può spiegare col fatto che il nostro cervello odia l’indeterminatezza: questa attiva l’amigdala e genera stress, di conseguenza aumenta il bisogno di una chiusura cognitiva. Alcune persone, infatti, hanno la necessità impellente di una risposta o di una spiegazione, non importa se giusta o sbagliata, l’importante è che chiuda il cerchio e non lasci nulla in sospeso. Il vuoto mette in crisi l’identità: se una questione rimane aperta, non posso prendere posizione rispetto a essa, non posso sapere che ruolo ho nei suoi confronti. In più c’è una grossa differenza tra il sentire qualcosa e il sapere che cosa significa: per molti è intollerabile stare nella domanda «Come mi sento rispetto a questa cosa che non capisco?», e di fronte a un’opera vaga preferiscono chiedersi il suo significato, perché è più gestibile e controllabile il sapere, rispetto al sentire.
Chi vuole che tutto sia perfettamente spiegato non cerca senso, ma protezione: le grandi opere non spiegano tutto, perché, a meno che non siano saggi o documentari, non è il loro compito e il vuoto che lasciano è lo spazio in cui il lettore/spettatore può davvero entrare nell’opera e viverla. Ma per riuscirci è necessaria una capacità rara, oggi: il coraggio di rimanere senza una risposta.



Un commento
Mariella
Buongiorno dottoressa, questo articolo mi è capitato per caso. Lo trovo molto interessante ed in linea con il mio pensiero. Credo anche io che stiamo sempre più perdendo la possibilità di poter riflettere in autonomia e di poter liberamente interpretare , come dice lei , un opera d’arte o come in questo caso un semplice film.