Io, da sempre fan sfegatato del Grinch, le feste — soprattutto quelle natalizie — le ho sempre detestate. Da abile evitante, nella prima parte della mia vita, quella in cui facevo il musicista, la scusa era che si doveva andare a suonare, si andava a letto tardi e ci si svegliava dopo pranzo…
Poi iniziai a lavorare in una comunità psichiatrica e lì divenni la gioia di tutti i miei colleghi perché ero sempre disponibile a fare il turno di Natale, quello del Capodanno e dell’Epifania: insomma ogni scusa era buona per evitare gli “assembramenti familiari”. Intendiamoci: da piemontese, i pranzi affollati erano composti al massimo da 8-10 persone, ma a me già angosciavano.
Quando — come si dice — “feci famiglia”, l’incontro con i parenti campani di mia moglie fu inizialmente una dura prova: tante persone, confusione, pranzi interminabili, grandi quantità di cibo e vino. Insomma, come spesso accade, il destino mi serviva sul piatto un’esperienza di contrappasso davvero notevole. Con mio sommo stupore, però, superato lo shock iniziale, mi resi conto che stare con tante persone — tutte persone che mi avevano accettato per come ero, senza troppo giudizio o cerimoniosità — mi piaceva, mi piaceva molto! In questi trent’anni di frequentazione del paese di mia moglie, devo dire che a volte mi sento più meridionale io di chi lì ci è nato.
Questi ritrovi, poi, comportano delle curiose tradizioni, quelle dimensioni relazionali che si impongono come leggi non scritte, alle quali sembra sempre sia impossibile sfuggire. Io, per esempio, ho sempre vissuto con grande sofferenza gli aspetti “liturgici” dei pranzi di Natale, pranzi ai quali sei costretto a frequentare anche delle persone che non frequenteresti mai: allora ci si può sentire falsi, compiacenti o, per dirla come si dice da me, “falsi e cortesi”, inutilmente gentili. Almeno per mio conto, però, spesso invitavo persone nella speranza che non venissero e poi inevitabilmente subivo la loro presenza, facendo lo slalom tra argomenti scomodi o divisivi, cercando di evitare il conflitto, perché — si sa — “a Natale siamo tutti più buoni”.
Ora, forse per il fatto che mi sto avvicinando a un’età in cui si cercano rassicurazioni e rituali, e forse perché non mi convincono più i punti di vista unici, quelli del bianco e del nero, anche quando sono miei, sto cominciando a considerare in altro modo le fatiche di uscire dalla cerchia degli amici stretti.
Mi sembra che l’incontro, spesso forse un po’ forzato, con l’alterità, con quelle persone che hanno poco da spartire con me, a conti fatti possa essere un’ottima occasione per imparare l’arte dell’ascolto senza giudizio, della fatica di imparare a stare su sedie diverse e non necessariamente meno comode.
Sto cominciando a capire — forse “comprendere” sarebbe la parola giusta — che un benessere che richiede l’esclusione di quelle situazioni o persone che implicano fatica, in fin dei conti, è la rinuncia a tutte quelle parti scomode mie e per converso, quindi, guardare fuori dallo steccato e allontanarsi dal perimetro di sicurezza può essere utile, può allargare l’area delle nostre relazioni, e non è poi così terribile.
In ogni caso, una certezza c’è: quella che con l’Epifania tutte le feste vengono portate via. Ci ripensiamo tra un anno.


