Quando sono di razza pedona odio i ciclisti e gli automobilisti

Prospera anche in strada il pericoloso germe del pregiudizio: siamo portati a credere che la categoria alla quale apparteniamo, anche momentaneamente, abbia diritto di prevalere

Anche coi primi freddi, continua il boom delle bici in molte città italiane, anche del Nord. A Milano sono cresciute del 16% solo nell’ultimo anno, ma a crescere sono anche gli incidenti che le vedono coinvolte. Automobilisti con l’acceleratore facile, dicono i ciclisti; biciclette che sbucano da tutte le parti, sostengono gli altri. Da pedona non mi schiero, ma da psicologa il sospetto che in questa faida tra popoli della strada si annidi il germe del pregiudizio, antica madre di tutte le guerre, si risveglia in una domenica di fine settembre, quando Fabrizio mi chiama per invitarmi a fare una passeggiata lungo il Naviglio.

Abbiamo lavorato insieme per un certo periodo e stiamo iniziando a conoscerci, così mi racconta di venire spesso a pedalare da queste parti. Ma adesso siamo pedoni. Ci supera l’ennesima bicicletta e lui commenta: «Quello ci odia a morte, lo so. Anch’io quando sono in bici quelli a piedi non li sopporto!» Trenta minuti e qualche decina di biciclette dopo bastano a farlo sbottare: «Però adesso ’sti ciclisti hanno proprio rotto!» È in quell’istante che mi ricordo di averlo sentito poco prima in auto borbottare a una ragazza un po’ lenta a sgombrare la strada allo scoccare del rosso: «Sì però se ti muovi…» Eppure Fabrizio non è un nevrotico milanese, vive in una landa brianzola lontana dalla città e il suo lavoro lo porta a occuparsi degli altri.

Mentre cerco faticosamente di star dietro al suo passo, non posso fare a meno di pensare che Fabrizio non è poi così diverso dagli altri uomini, o meglio dal resto degli altri esseri umani.

Dividere il mondo in categorie è, infatti, un processo naturale che la nostra mente mette in atto per riordinare ciò che ci circonda, raggruppando quegli aspetti della realtà che sembrano avere dei tratti in comune. Lo facciamo con tutto: cose, oggetti, animali e, più spesso di quanto ci piaccia ammettere, distinguiamo anche i nostri simili unicamente in base al gruppo cui appartengono, ignorando le differenze individuali e attribuendo loro le stesse caratteristiche del gruppo.

Così per strada non vediamo persone, ma ciclisti, pedoni, automobilisti, ciascuno valutato in base alla categoria cui appartiene e al nostro punto di vista,

tanto che il ciclista sarà giudicato diversamente se sono anch’io in bici invece che in macchina.

Non possiamo fare a meno di questo meccanismo di categorizzazione sociale per comprendere in breve tempo cosa accade attorno a noi, focalizzando l’attenzione solo su ciò che è rilevante in quel momento e ignorando il resto. Il rischio è però quello di creare una visione superficiale della realtà, in cui le categorie si trasformano in stereotipi e pregiudizi su persone che non conosciamo direttamente, ma che etichettiamo negativamente solo in base al gruppo di cui fanno parte, che sia il paese di provenienza, il colore della pelle o la religione.

E quando a essere categorizzate non sono le persone, ma interi scenari politici, le conseguenze possono essere conflitti e guerre che un’altra prospettiva avrebbe forse potuto evitare. Per esempio nel 1991, prima dello scoppio della Guerra del Golfo, molti parlamentari americani valutavano la situazione dell’Iraq troppo simile a quella del Vietnam e sottolineavano i rischi di intervenire in una guerra civile tra fazioni arabe su un territorio ostile, che avrebbe finito col sacrificare migliaia di vittime statunitensi. Alla fine bastò il sospetto, mai confermato, dell’esistenza di armi di distruzione di massa: a giustificare il conflitto fu la visione dell’Iraq come una novella Germania nazista, con Saddam Hussein nei panni di Hitler, i curdi sterminati come gli ebrei e il Kuwait invaso come la Polonia.

Com’è che dal Naviglio siamo arrivati in Iraq? Miracoli della generalizzazione? So solo che alla fine della nostra camminata io arranco e Fabrizio, indifferente al mio fiatone, mi lascia indietro ancora una volta. Mentre lo guardo risalire in macchina non ho dubbi: è appena entrato nella mia categoria “Gente che non merita un secondo appuntamento”.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

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