Il termine “femminicidio” è ormai di uso comune, ma ancora spesso ci si trova a discutere della sua correttezza: non tutti – infatti – sono d’accordo con l’introduzione di una specificità per l’uccisione di una donna in quanto tale, per mano maschile. C’è davvero bisogno di questo termine? Non si potrebbe parlare di omicidio, come si è sempre fatto? Proviamo a capire di cosa parliamo, quando parliamo – oggi – di femminicidio.
Partiamo da due esempi: si parla da sempre di regicidio o di infanticidio senza che nessuno dica che sarebbe meglio parlare di omicidio tout court o abbia obiezioni in merito. Perché? Il regicidio rimanda non solo all’uccisione di un uomo, ma di un uomo nel ruolo di re, parla dell’eliminazione del suo potere e della sua sopraffazione. C’è cioè un significato ulteriore rispetto al “semplice” omicidio. È un termine che specifica e spiega, ci dice di più e meglio di cosa si tratta.
Vale la stessa cosa quando parliamo di infanticidio: anche qui il termine sta a sottolineare un crimine ben più grave di un comune omicidio, in cui la vittima è del tutto innocente e totalmente indifesa e in cui viene messa in discussione la dotazione che la natura dà agli esseri umani allo scopo della conservazione della specie. Infatti, gli umani sono dotati di un meccanismo di disinnesco dell’aggressività che si attiva di fronte alle proporzioni dello splancnocranio (la faccina dei neonati) rispetto al neurocranio (la parte posteriore della testa). È esperienza di tutti la spontaneità di un sorriso di fronte a un neonato in carrozzina. Ecco, quando parliamo di infanticidio aggiungiamo un tratto di atroce disumanità, che comporta l’uccisione di un bambino. Non è solo un omicidio.
Forse, allora, non ci indigniamo di fronte all’uso delle parole “regicidio” e “infanticidio” perché ne riconosciamo il valore di surplus di significato, rispetto al parlare “solo” di omicidio.
Torniamo adesso ad analizzare il termine “femminicidio” e le reazioni che esso provoca.
È chiaro che non ogni uccisione che vede come vittima una donna può chiamarsi femminicidio. Non è femminicidio se una donna viene uccisa per una rapina, per esempio. O in una guerra di mafia. In Italia, vale la pena ricordarlo, i dati del ministero dell’Interno ci dicono che muoiono in media molte meno donne che uomini. Ma le donne, quando muoiono, lo fanno in ambito familiare e affettivo.
Un aspetto che colpisce – e sicuramente infastidisce – molti nel termine femminicidio è proprio l’uso della parola “femmina”. Di norma è un termine che viene usato prevalentemente per definire le caratteristiche sessuali nel mondo animale, in cui la femmina ha una livrea più anonima ed è invece il maschio che ha una livrea più appariscente, perché con il corteggiamento e l’esibizione dei suoi attributi deve arrivare all’accoppiamento e garantire così il proseguimento della specie. Se prendiamo come termine di confronto la parola “femmina”, il corrispettivo è “maschio”: ecco che compaiono parole come maschilismo, maschilista e anche macho, machismo, eccetera. “Macho” è l’uomo che affronta il corteggiamento con l’esibizione dei suoi muscoli per candidarsi a essere un buon riproduttore di caratteri ereditari per la prole, ma anche colui che è in grado di fornire protezione.
Parlare di femmine e maschi, però, un po’ ci disturba, perché siamo abituati a parlare di uomini e donne sottolineando così – con le parole – un salto di relazione che sia non solo istintuale, una sorta di superamento del livello istintuale e animale.
Ma a questo punto, quando parliamo di maschio e di macho, dobbiamo riconoscere che la categoria maschilismo è quella più adatta a farci capire il rapporto che ancora troppo spesso si instaura fra una donna (femmina) e un uomo (maschio maschilista) nella nostra società.
Infatti, è proprio del maschilismo il disprezzo verso le donne (la loro debolezza, che le predispone alla sottomissione), il bisogno di controllo (spacciato per senso di protezione – «Potresti trovarti in pericolo senza di me!» – in cambio di protezione: «Tu mi appartieni!»).
In questo modo resta decisamente sullo sfondo il tema del patriarcato per spiegare i femminicidi di oggi: sono più di 50 anni che ci lamentiamo dell’evaporazione della figura paterna, della messa in discussione di ogni autorità e quindi anche dell’autorevolezza ed evochiamo una struttura sociale che non è più così dominante, soprattutto nelle nuove generazioni, dove invece il maschilismo trova terreno fertile e prospera, come ci mostrano anche i drammatici dati sulle violenze e i femminicidi tra i più giovani.
Torniamo ancora una volta al termine femminicidio: abbiamo detto che non è femminicidio ogni uccisione di una donna: in quel caso sarebbe bastato parlare di omicidio di una donna. Abbiamo anche detto che il femminicidio, sulla scorta di regicidio e infanticidio, nasconde e rivela un surplus, una caratteristica ulteriore che definisce alcuni omicidi di donne. Ma allora, quali sono queste caratteristiche?
Il femminicidio – e parlo soprattutto di come si stanno “evolvendo” i femminicidi oggi – è sempre più spesso l’uccisione di una donna all’interno di una relazione affettiva che si fonda sul bisogno dell’uomo della presenza di una compagna che, con le sue caratteristiche o anche solo con la sua presenza, abbia la funzione di integrare il suo senso di sicurezza, di identità. Cioè: «Io mi sento me stesso in presenza di lei, quindi mi completo con la sua presenza accanto a me. A lei è affidato il mio senso di identità, di continuità». Tutto questo, da parte della partner, viene il più delle volte scambiato come segno di importanza.
Importante al punto che stabilisce un rapporto indissolubile, pena la perdita del senso di sicurezza, della possibilità di riconoscersi nella vita e nel rapporto con gli altri. Se in un rapporto con queste caratteristiche malate la donna decide di uscire, di lasciare, crea nell’altro un danno psicologico ingestibile, drammatico, come se a una pianta rampicante togliessimo il traliccio: la pianta a quel punto striscia a terra, perdendo proprio le caratteristiche che la definiscono (rampicante). Ecco che scatta l’estrema risorsa del possesso: «Se non sarai mia, non sarai di nessuno»; ecco che la morte è l’unica garanzia del pieno e totale possesso dell’altro.
Quando la morte della donna, all’interno di queste relazioni, è sufficiente a ricostruire un senso di identità attraverso il possesso totale, il femminicida segue il cammino che lo aspetta ma è allo stesso tempo appagato dal fatto che lei sarà sempre di sua proprietà, quindi con lui. Quando invece il vuoto di identità e di autorappresentazione nel mondo diviene intollerabile («adesso non ho più niente, non mi sento più me stesso, la vita non mi serve più»), allora al femminicidio segue il suicidio.
È questa complessità di contenuto che riempie il termine femminicidio oggi, come l’uccisione di una donna nel momento in cui desidera emanciparsi da una relazione in cui – senza rendersene conto – serviva da supporto a un uomo debole e incompleto, che aveva bisogno di lei, mentre si spacciava per l’uomo forte che proclamava il suo possesso e imponeva le sue leggi.
È importante sottolineare l’elemento della debolezza: allontaniamoci dall’idea dell’uomo forte, che si conferma tale mantenendo il controllo e il potere sulla donna, anche uccidendola. Una figura mitologica che ancora affascina e rischia di essere presa a drammatico esempio di maschilità.
Forte – ricordiamolo sempre – è chi accetta la separazione, chi sa vivere anche nella sofferenza e nell’abbandono, chi è in grado di tollerare la vita dell’altra a prescindere da sé.


