Una foto a colori, in formato panoramico, che ritrae da molto vicino il volto di un giovane investigatore privato il quale regge davanti all'occhio sinistro una grossa lente d'ingrandimento e guarda dritto nell'obiettivo attraverso la stessa mentre tiene chiuso l'occhio destro. L'investigatore ha i capelli un po' arruffati, un po' di barba e baffi, e indossa una giacca blu sopra una camicia bianca con la cravatta blu. Sullo sfondo, fuori fuoco, c'è un muro di un blu più chiaro.
Psiche

La vita segreta dei figli

Proprio in un’epoca in cui i genitori tendono a proporsi come amici dei figli adolescenti, il dialogo tra generazioni sembra farsi sempre più difficile e spinge spesso padri e madri apprensivi, aiutati dalle nuove tecnologie, a cercare un controllo completo sui figli. Vorrebbero penetrarne i segreti, non tollerando di riconoscerli come individui autonomi e “altri” rispetto a loro

Siamo abituati a immaginare l’investigatore privato come un risolutore di misteri, protagonista di romanzi gialli o di film polizieschi, nella versione più nobile come un Poirot, un Marlowe, un Maigret; oppure, in una dimensione più realistica e modesta, come a un professionista attivo nell’ambito dello spionaggio industriale, o ingaggiato da mogli e mariti gelosi per verificare sospetti tradimenti del coniuge.

Una recente inchiesta giornalistica rivela che altri clienti si sono aggiunti: genitori che vogliono scoprire la vita segreta di figli adolescenti. Sembra un paradosso: proprio oggi, quando i cellulari permettono una rapida localizzazione, quando siamo tutti connessi, quando il registro elettronico online informa in tempo reale i genitori dell’andamento scolastico del figlio, questi è diventato un oggetto sempre più misterioso. Il controllo ossessivo, invece di tranquillizzare, ha avuto come risultato quello di aumentare l’ansia.

Ulteriore paradosso: proprio quando molti padri e molte madri hanno rinunciato a esercitare un ruolo genitoriale e si propongono ai figli in veste di amici, pare aumentare la distanza tra le generazioni, il dialogo si fa sempre più faticoso e rivela una sostanziale estraneità.

A parte situazioni estreme, che suscitano legittime gravi preoccupazioni e possono giustificare il ricorso a un investigatore, la maggioranza dei casi testimonia lo sgomento di genitori che confessano: «Non so più chi è mio figlio». È la stessa frase che molti psicologi si sentono rivolgere da padri e madri che cercano qualcuno che questo figlio glielo racconti.

L’adolescenza è un’età faticosa: faticoso accettare i cambiamenti del corpo, faticoso crescere, faticoso diventare autonomi, faticoso accettare di essere soli. La costruzione della propria identità è costruzione del proprio segreto. Nella stagione della protezione (o del controllo), di fronte a genitori apprensivi e insicuri che, per placare la loro ansia, pretendono di sapere dove sono e cosa fanno in ogni momento i figli, questi possono sentirsi minacciati da un’intrusione pervasiva e reagire difendendosi con il silenzio, o nel recinto della stanza chiusa in cui si ha il divieto di entrare.

Ci sono anche genitori che affermano con orgoglio (e tutti gli altri vorrebbero poterlo fare): «Mio figlio mi dice tutto», «Mio figlio non ha segreti per me». Quei genitori mentono in buona fede. O almeno c’è da augurarselo, perché, se fosse vero, sarebbe preoccupante. Non tollerare il segreto del figlio significa non tollerarne l’identità, non riconoscerlo come individuo autonomo, irrimediabilmente “altro” rispetto al genitore, solo con il suo segreto.

Cosa possiamo fare di fronte alla paura di perderlo? Ascoltarlo (e ascoltarci) in silenzio, per scoprire di lui ciò che è conoscibile e potersi meravigliare.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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