Una foto che ritrae, davanti a uno sfondo completamente bianco, un ventriloquo, Jeff Dunham, sulla destra, di profilo, mentre finge di litigare col suo pupazzo Walter, apparentemente altrettanto arrabbiato, sulla sinistra.
Psiche

Dovere è volere, volere è dovere

All’interno della psiche quella tra dovere e volere è in realtà una falsa contrapposizione

L’articolo di Massimo Buratti, Alla ricerca di me stesso, tra “voglio” e “devo”, recentemente pubblicato su queste pagine, mi ha ricordato un mio caro amico affetto da una particolare sindrome, che chiamo del “quadrilemma”. Ogni scelta rappresenta per lui una decisione faticosa e sofferta, che comporta tempi infiniti, lunghe considerazioni, richieste di consigli, dubbi, ripensamenti. Una volta finalmente sciolto questo primo dilemma, ecco che un altro lo assale: lo devo o lo voglio?  E rimane in bilico sul crinale di un dubbio che non si risolve in azione. Risultato? Il blocco totale. La paralisi.

A differenza del primo, che è reale, il secondo è un falso dilemma: in questo caso non si tratta di un vero aut-aut, ma di un volere che si traveste da dovere. Il dovere viene infatti vissuto come l’imposizione di un’autorità esterna che subisco e che mi libera dalla necessità di assumermi la responsabilità del mio agire. Tale finzione mi protegge, impedendomi di riconoscere che sotto la maschera del “dovuto” si nasconde il “voluto”.

Naturalmente esistono leggi e norme che regolano i comportamenti sociali che siamo tenuti ad osservare, ma all’interno di questa cornice di legalità le azioni in ambito privato sono conseguenza di un dibattito interiore.

Il senso del dovere non mi viene infatti dall’esterno, ma è stato interiorizzato nel corso del processo educativo cui sono stato sottoposto, e ora mi parla dall’interno, come voce della coscienza, o, se si preferisce, del Super-Io.

(Certo, esistono individui vittime di un’educazione autoritaria e di situazioni oggettivamente vessatorie e punitive che possono aver sviluppato un Super-Io particolarmente rigido o addirittura sadico, ma questa è materia per altro tipo di riflessioni.)

Il “dovere” non è, come tendiamo a percepirlo, un’imposizione che ci viene dall’esterno, un limite che si contrappone a un “volere” in cui si esprimerebbe la nostra libertà, ma qualcosa che ci appartiene e che ha bisogno di venire realizzato nell’azione dalla nostra volontà.

In altre parole: dividere, anzi contrapporre, “dovere” e “volere” è un abbaglio: la loro dialettica è tutta interna alla psiche, il loro dibattere si scioglie in una sintesi in cui il dovere, gettata la maschera, coincide con il volere.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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