Relazioni

L’impotenza felice è il difficile traguardo della maturità

Solo accettando la propria inadeguatezza si possono stabilire relazioni affettive profonde

L’onnipotenza si addice agli adolescenti: a loro è permesso voler dare la scalata al cielo.

L’età adulta comporta qualche dolorosa rinuncia ai sogni irrealizzabili, ma in cambio ci dona la consapevolezza della nostra fragilità. O almeno dovrebbe farlo.

Purtroppo questa epifania non sempre si realizza, specie nell’epoca presente, in cui si tende a dilatare l’adolescenza, talvolta a renderla addirittura eterna.

Solo accettando la propria inadeguatezza, scoprendo i propri limiti si diventa umani, ci si può aprire agli altri in un confronto autentico e si possono stabilire relazioni affettive profonde.

Mi ha recentemente conquistato il concetto di “impotenza felice”, sintesi di consapevolezza e saggezza. La vedo come la meta di un faticoso cammino che impegna l’intera esistenza, un’ardua conquista che dona serenità.

Questa è l’idea che cerco di trasmettere ai miei recalcitranti operatori che vorrebbero da me certezze e cercano la sicurezza nella precisione delle procedure. Sono ossessionati dall’ansia di dare risposte immediate al paziente, come se non potessero permettersi di non sapere o di avere paura di fronte a un matto agitato. Si sentono inadeguati? Si sentono impotenti? Va bene così.

È inutile gareggiare con pazienti che di onnipotenza, loro sì, ben se ne intendono, essendo questa una caratteristica propria della psicosi.

Meglio correre il rischio, consapevoli dei propri limiti, se si vuole instaurare una relazione terapeutica valida. E in alcuni casi, anziché fingere, è più opportuno confessare la paura.

Mi è capitato di calmare un paziente particolarmente aggressivo dicendogli semplicemente: «Lei mi spaventa e io non posso esserle d’aiuto».

Qualcosa di analogo accade con i figli: spesso ci avviliamo perché non ci sentiamo all’altezza delle loro richieste, eppure dovremmo sapere che il genitore Superman ha i piedi d’argilla, un giorno è inevitabile che il suo bluff si scopra.

Anche il rapporto sessuale è un difficile passaggio che ci rivela a noi stessi: per quanto la prestazione sia valida, c’è spesso qualcosa che manca al completo appagamento. Allora, piuttosto che rincorrere la perfezione di un modello ideale, meglio dire: «Io questo posso dare». Quando mi è capitato di farlo, mi sono sentito leggero e felice.

Rinunciare al sogno di potenza e accettarsi con le proprie manchevolezze e fragilità è anche un buon allenamento per una vecchiaia serena, quando le forze vengono meno, l’agilità mentale diminuisce e si è costretti comunque a ridimensionare le pretese. Coloro che non hanno fatto un percorso di consapevolezza e non hanno preso atto delle trasformazioni del tempo possono essere travolti dal peso della vecchiaia, vedendosi, una volta privi dell’inganno del potere, improvvisamente deboli, senza relazioni autentiche, scoperti dagli altri nella loro vulnerabilità.

Sospetto che alcune persone anziane, uomini e donne vittime di hybris, che nella loro vita il potere lo hanno esercitato, fattosi intorno il deserto, vadano dallo psicologo e lo paghino per avere qualcuno con cui parlare.

A tutti coloro che si affaticano per dare di sé un’immagine di potenza senza incrinature e che sacrificano la loro umanità sull’altare di un Io ideale, consiglio la saggezza del limite e auguro il traguardo dell’impotenza felice.

P. S. Agli scettici si consiglia la lettura di Seneca.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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