Attualità

Non abbiamo più avversari ma solo nemici da odiare

Nello sport come nella politica il rispetto per il rivale ha lasciato il posto a una violenza che è sintomo di frustrazione

La rovesciata acrobatica con cui Cristiano Ronaldo ha fatto goal alla Juventus a Torino, nel quarto di finale della Coppa dei campioni 2018, passerà alla storia del calcio come un prodigio irripetibile, visto che il pallone è stato colpito di piede a oltre due metri di altezza e si è andato a insaccare, dopo una parabola di una quindicina di metri, nell’angolino della porta avversaria. Tutti i commentatori hanno esaltato l’eccezionalità del gesto tecnico, qualcuno ha parlato di miracolo.

Ma c’è un altro miracolo sportivo che andrebbe celebrato: l’applauso spontaneo di tutto il pubblico di fede juventina.
L’episodio è degno di essere ricordato perché, se è eccezionale la prodezza atletica, altrettanto eccezionale risulta la reazione degli spettatori, che per una volta nega il fondamentalismo fanatico dei tifosi. Purtroppo di solito non va così.

Negli stadi italiani la squadra avversaria viene di regola fischiata dall’atto della presentazione in campo alla fine della partita, e i suoi campioni più bravi sono di regola salutati da sibili e ululati appena giocano il pallone. Nelle partite internazionali si è arrivati a fischiare anche gli inni nazionali.
La diseducazione sportiva e l’esasperazione del tifo legittimano il disprezzo per l’avversario, che diventa un nemico, e non di rado ai fischi durante la partita seguono atti di violenza alla fine dell’incontro.

Ma questo malcostume non riguarda solo il mondo del calcio: la violenza, verbale e non, sembra pervadere ogni manifestazione e ambito sociale, compreso l’agone politico.
Mentre scrivo, il telegiornale dà notizia della feroce aggressione a un seguace della squadra del Liverpool da parte di teppisti della Roma in trasferta e, a seguire, di indegni messaggi scatenatisi sui social in occasione del malore dell’ex presidente Napolitano.

Veniamo da una campagna elettorale satura di veleni e avversione reciproca, che ha trasformato sistematicamente gli avversari in acerrimi nemici, e ora le formazioni politiche, costrette a dialogare e a trovare un accordo, ne pagano le conseguenze. È vero che la politica è l’arte del compromesso (possibilmente nobile), ma demonizzazione e delegittimazione nonché attacchi virulenti ad personam lasciano ferite profonde, difficili da sanare.

Mi si potrebbe obiettare che abbiamo conosciuto, nella seconda metà del secolo scorso, tempi non troppo lontani, una violenza politica anche maggiore. Allora era l’appartenenza ideologica che conferiva identità e faceva da catalizzatore e da contenitore dell’odio politico, assegnandogli una giustificazione razionale.

Con la fine delle ideologie una aggressività in libera uscita è colata, liquida e pervasiva, a inquinare ogni aspetto della vita pubblica e privata, trovando nei social una formidabile cassa di risonanza.

Un linguaggio imbarbarito, fatto di insulti e turpiloquio, scorre sul web. I social, straordinario strumento, capace di offrire a tutti spazi di espressione, sono diventati fabbrica di odio, sfogatoio per odiatori di professione, che coltivano la cultura del sospetto e della gogna, spesso protetti dall’anonimato, ma talvolta fieri di rivelare la propria identità con orgoglio esibizionistico.

Fin qui l’osservazione di un fenomeno sociale descritto in modo simile da molti commentatori, ma se dal piano sociologico mi sposto a quello dell’analisi psicologica, mi accorgo che la parola “odio”, da tutti evocata e che più volte ricorre anche nel presente scritto, non è forse la più adatta. Essa infatti dà forma definitoria a qualcosa che forma non ha, qualcosa di più primitivo di un sentimento razionale: un impasto di rabbia, livore e rancore che cova nel profondo e che aspetta l’occasione per emergere e sfogarsi catarticamente su un qualsiasi capro espiatorio. Ogni pretesto è buono, non c’è bisogno di vicende che suscitino particolare condanna sociale, bastano eventi banali, talvolta fake news, per sentirsi autorizzati a rovesciare in modo brutale il proprio sdegno sia su personaggi pubblici sia su bersagli privati.

Al netto della semplice cattiveria, che pure esiste, questo modo di agire mi pare riveli uno stato di infelicità, insoddisfazione, frustrazione profonde, e un’aggressività disperata e latente.
Tale insieme magmatico sospetto possa talvolta celare un quadro depressivo; sicuramente è espressione di individui fragili, i quali hanno bisogno di costruirsi nemici, che permettano loro di agire la propria perenne indignazione e colmare così il vuoto identitario. Nella visibilità del gesto ostile e dell’invettiva trovano, infatti, la conferma di esistere.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

Un commento

  • Teo

    E’ esagerato trarre, dalla lettura dell’articolo, la convinzione che l’America di Trump è depressa? Se così fosse, sarebbe un motivo di grave allarme.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *