Psiche

Si combatte con una commedia la paura del cambiamento

Entrano nel mio studio raccontando la propria vita come un disastro :
io li aiuto a rileggerla in modo meno tragico

C’è un aneddoto che sintetizza meglio di ogni discorso la tendenza all’immobilismo della società siciliana e, più in generale, la paura del cambiamento, che è male atavico in larga parte del nostro Paese e che può assumere, nei casi più gravi, connotazioni patologiche. A raccontarlo è il Principe di Salina a colloquio con il nobiluomo piemontese Chevalley (G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo): «Le racconterò un aneddoto personale. Due o tre giorni prima che Garibaldi entrasse a Palermo mi furono presentati alcuni ufficiali di marina inglesi. Essi avevano appreso che io posseggo una casa alla Marina, di fronte al mare, con sul tetto una terrazza […] mi chiesero di venire a guardare quel panorama nel quale si diceva che i Garibaldini si aggiravano. […] Uno di loro, poi, mi chiese che cosa veramente venissero a fare, qui in Sicilia, quei volontari italiani. […] Vengono per insegnarci le buone maniere – risposi – ma non lo potranno fare, perché noi siamo dei. […] Così rispondo anche a lei, caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti». E ancora: «In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare».

Shakerando Tomasi, Pirandello, Sciascia, autori tutti che esprimono la sicilianità, con la sua commistione di cerebralismo, stasi, cultura familistica, otteniamo il profilo di un uomo che, nella sua fantasia di onnipotenza, rifiuta il cambiamento: chi si sente dio, e quindi perfetto, non contempla il movimento, aspira piuttosto a essere, come Dio, motore immobile.

Queste considerazioni mi appaiono ancora valide, anche al di fuori dei confini della Sicilia e dell’ambientazione storica del romanzo. Spesso si ha l’impressione di un Paese ingessato, prigioniero di un proliferare di norme che simulano il movimento, ma in realtà lo ostacolano, garantendo un tranquillizzante status quo.

Di conseguenza anche molti uomini che abitano questa società ne sembrano contagiati. L’immobilismo è un modo per fermare il tempo ed esorcizzare la morte; cambiare comporta mettersi in discussione, rinunciare all’equilibrio precedentemente trovato, magari con fatica. Il movimento implica sempre il rischio, la scelta è spesso dolorosa e difficile in quanto richiede l’angoscia di agire la propria libertà.

Ma un’esistenza veramente vissuta è continua trasformazione, è capacità di metamorfosi.

Certo, è necessaria anche una ritualità che scandisca il nostro tempo comunicandoci sicurezza, garantendoci la persistenza di una continuità come contrappeso a un movimento che ci conduce verso la morte e che ne comporta la consapevole accettazione. Il modello ce lo offre il mondo naturale, in continua trasformazione pur nella sua ciclicità.

Come terapeuta, penso che il compito mio e dei miei colleghi sia proprio quello di “rimettere in moto” i pazienti che si rivolgono a noi. Per molti di essi il futuro è morto: fermi ai loro traumi, ancorati a un passato che non passa, raccontano e si raccontano continuamente la storia dei loro fallimenti esistenziali. Ma, come lo stesso libro riletto in età diverse comunica messaggi diversi, così, se vivo nel tempo e accetto le metamorfosi che ciò comporta, guardo il mio passato con occhi mutati e ne posso cambiare la lettura: gli eventi rimangono gli stessi, lo sguardo è nuovo.
Il mio lavoro consiste proprio nel far sì che chi entra nel mio studio raccontando di sé in chiave tragica, ne esca avendo rielaborato la sua narrazione nei toni della commedia.

Anche senza andare dallo specialista ognuno può tentare di compiere questa operazione, facendosi terapeuta di sé stesso: riconsiderare il passato, raccontandoselo secondo una nuova prospettiva.
I fatti non cambiano, ma la loro interpretazione sì: possono essere considerati sotto una luce meno distruttiva, l’ombra maligna che proiettano sul presente si attenua, il nero cupo del dramma sfuma nel grigio.
Se si produce tale cambio di prospettiva significa che l’intervento terapeutico ha raggiunto il suo obiettivo: la vita strozzata riprende a scorrere secondo il modello naturale, il futuro si apre alle diverse opzioni e di nuovo ci accoglie.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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