Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae un cielo con le orbite concentriche di tantissime stelle che ruotano intorno a un centro vuoto, dietro le silhouette nere di alcune basse cime montuose alberate davanti a un lago la cui superficie riflette il cielo stellato stesso.
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Il centro del mondo

Spesso un eccessivo senso di responsabilità porta all’indifferenza o a una sopravvalutazione del portato di quel che facciamo

Quando si è piccoli ci si pensa e ci si sente “il centro del mondo”, perché quando nasciamo non c’è identità, non c’è confine tra sé e mondo: siamo (già) stati “tutto”, nei nove mesi passati all’interno del corpo delle nostre madri, e l’identità e il confine cominciano a formarsi con la nascita e dopo la nascita lentamente, progressivamente, e se si formano troppo lentamente, crescere si accompagna al sentirsi sempre più eccessivamente responsabili di tutto, e si diventa insicuri di sé soprattutto perché il peso di questa sopravvalutazione rende ogni scelta molto complicata, col rischio del senso di colpa sempre in agguato in primo luogo rispetto ai propri rapporti più stretti (per esempio quello coi genitori, coi parenti, gli amici, gli insegnanti) e poi, in modo crescente, rispetto al “mondo intero”, man mano che veniamo a conoscerlo.

A volte invece, crescendo, attraverso passaggi spesso anche dolorosi, si ridimensiona la percezione della propria responsabilità, diventando così più capaci, anche perché sempre più coscienti del mondo, di scegliere e di contrapporci alle cose spiacevoli nostre e del mondo svoltandole in cose belle come piantare alberi, prendere i mezzi di produzione e le terre coltivate per socializzarli e salvare la nostra specie dall’estinzione, ecc.

Spesso però, in particolare se da piccoli si è stati troppo responsabilizzati anche dall’esterno (per esempio dai genitori e-o dagli insegnanti) e se troppo presto ci si è trovati, anche solo per racconto, ad avere troppa conoscenza del mondo e dei suoi mali, si continua invece a pensarsi “il centro del mondo”, e in un modo sempre più sofferto, perché sempre più carico di conoscenza e quindi sempre più sollecitato sul piano della responsabilità; al punto che, come spesso avviene, si può finire per “mandare a quel paese” tutto o quasi tutto, arrendendosi alla propria e all’altrui stronzaggine, oppure per affezionarsi a questo sentirsi “il centro del mondo” perché, nonostante nel mondo il male sia tanto, e spesso sembri vincere, e nonostante l’idea di esserne più responsabili di quanto lo si è realmente ingigantisca i sensi di colpa, lascia aperta la possibilità illusoria di “cambiare tutto cambiando sé stessi”: una percezione esagerata del portato reale dei nostri cambiamenti individuali che sempre più spesso e diffusamente mi sembra sfiorare il delirio di onnipotenza.

Resta comunque molto difficile arrivare a sentirsi davvero soltanto una tra otto miliardi di persone (vedi la striscia di Bloom County qua sotto), e probabilmente non è neanche un male.

Prima vignetta: Opus il pinguino e tre dei suoi amici umani sono su un prato sotto un cielo stellato; Opus e due dei suoi amici, di cui non ricordo i nomi, guardano e ascoltano il quarto, Oliver, in piedi davanti a loro davanti a un telescopio; Opus pensa: “Adoro questi momenti estivi di analisi dei fatti con Oliver”; Oliver, con la mano sinistra alzata verso il cielo, guarda attraverso il piccolo spazio tra la punta del pollice e dell’indice, che quasi si toccano, dicendo: “Tieni un granello di sabbia a distanza di un braccio...”. Seconda vignetta: zoom sulle dita di Oliver e sul granello di sabbia; Oliver dice: “Quella è la porzione di cielo notturno su cui hanno puntato il telescopio Hubble per una settimana”. Terza vignetta: ulteriore zoom sul granello di sabbia; Oliver dice: “È stato lì, nel profondo di quel punto di buio nulla a dieci miliardi di anni luce di distanza, che hanno trovato l’inaspettato”. Quarta e quinta vignetta: immagini di galassie e stelle; Oliver dice: “Galassie! Migliaia! Migliaia! Con miliardi di stelle! E trilioni di nuovi mondi! E oltre a quelli... altri ancora!“; Quarta vignetta: i quattro amici guardano il cielo stellato; Oliver è in piedi con le spalle rivolte al cielo stesso; dice: ”Tutto nello spazio di un singolo granello di sabbia sulla vasta spiaggia del cosmo.“ Quinta vignetta: Oliver, seduto davanti ai suoi tre amici sdraiati sull’erba, continua: ”Il che inquadra bene la domanda che l’uomo si pone da millenni."; uno dei tre amici chiede: “Quale domanda?” Ottava e ultima vignetta: Oliver risponde: “Qual è il centro di tutto questo?”; i suoi due amici umani pensano all'unisono: “Io.”; Opus, ora sdraiato a pancia in giù, guarda il cielo con un leggero sorriso sul volto e pensa: “Io, baby.”

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