«Ma sa che lei cucina meglio di Milano Ristorazione?» [1]
Così parlò una piccola amica di mia figlia (8 anni) a pranzo da noi.
La frase mi ha aperto uno squarcio prospettico sulle abitudini alimentari odierne in una grande città.
Donne e uomini troppo impegnati, genitori lontani da casa molte ore al giorno non cucinano più, si affidano ad App della ristorazione, non a caso moltiplicatesi negli ultimi tempi, o ricorrono a precottini e semilavorati.
All’interno della vita familiare il cibo è stato declassato da elemento di relazione affettiva a semplice sostanza di riempimento.
E questo accade, paradossalmente, nello stesso momento in cui la confezione dei cibi è diventata un fatto di immagine: occupa le pagine dei giornali, colonizza le trasmissioni televisive, mentre i cuochi, pardon gli chef, sono ormai vere star, i protagonisti di un nuovo divismo.
Moderni pellegrinaggi sostituiscono i luoghi sacri, chiese e conventi, con i santuari del cibo, i ristoranti stellati.
Mai come ora si è posta attenzione agli alimenti, in alcuni casi trasformata in una nuova religione con derive fondamentaliste: l’ossessione del biologico, l’intransigenza vegana.
Il controllo di ciò che si mangia è doveroso, ma la mancanza di misura e il dogmatismo finiscono per assumere aspetti paranoici e forse per incrementare i disturbi dell’alimentazione, segnalati in crescita.
Il paradosso colpisce: mentre si fa della cucina spettacolo e la confezione e la presentazione dei piatti hanno acquisito tanta visibilità, mentre il tipo di alimenti, la loro origine, gli ingredienti che li compongono vengono attentamente controllati, la cucina familiare si impoverisce.
I nuovi sacerdoti del cibo esigono massimo rispetto, religioso raccoglimento durante le degustazioni, ma in molte case si mangia guardando la televisione.
Eliminato il pranzo in famiglia durante la settimana per ragioni di lavoro, è sparito anche il pranzo domenicale, momento di incontro con parenti e amici, sostituito dal brunch – non diversamente dalla cena serale, spesso rimpiazzata da aperitivi o apericene.
Va perdendosi una cultura antica che possiede anche un significato affettivo perché la preparazione del cibo richiede tempo, impegno e sacrificio, è un dono d’amore fatto ai propri cari.
Proprio partendo da queste considerazioni, nella comunità terapeutica che dirigo ho voluto attribuire importanza e centralità alla cucina, dalla scelta collettiva del menù alla confezione dei pasti, compito assegnato, a rotazione, ai singoli pazienti, nel quadro di un programma riabilitativo che li coinvolge tutti.
Sarebbe stato più semplice, e forse anche più economico, rivolgersi a un catering, ma sarebbe andata perduta la lezione del cibo, che non è solo necessario nutrimento, ma anche mezzo di comunicazione, attenzione ai compagni, condivisione, gratificazione, in un circuito affettivo virtuoso. Anche gli odori della cucina sono importanti: inviano un messaggio di accoglienza che parla di casa.
Le usanze alimentari si sono rimescolate, accogliendo suggestioni di tradizioni diverse: questa ricchezza può ben integrarsi con una cucina domestica che, senza cedere a mode estreme, realizzi un giusto equilibrio tra nuove esigenze e sapori antichi, e soprattutto sappia esprimere il calore di una dimensione affettiva che coinvolge tutti coloro che si riuniscono intorno alla stessa tavola.
[1] Servizio mensa delle scuole elementari di Milano


