Dietro lo psicologo un po’ matto si nasconde il guaritore ferito

Sulla categoria i luoghi comuni si sprecano. In realtà gli esperti della psiche hanno imparato a non nascondere le loro cicatrici

Sugli psicologi girano un sacco di storie. Nell’immaginario collettivo lo psicologo oscilla costantemente tra una visione onnipotente che lo considera alla stregua di uno sciamano che pratica con successo la telepatia, e il versante opposto che lo descrive alla stregua di un’inoffensiva dama di compagnia che reca conforto attraverso la chiacchiera. Riguardo la sua salute mentale, invece, può essere visto alternativamente come un individuo pervaso da onnipresente calma, gentilezza e diplomazia o al contrario una creatura un po’ bizzarra, secondo il noto luogo comune: gli psicologi in fondo sono tutti un po’ matti.

Mi ritrovo a difendere la categoria da quest’ultima accusa alcuni giorni fa, quando un collega medico mi descrive i partecipanti psicologi a un master di sessuologia che sta frequentando, ritenendo si riconoscano subito per la loro attitudine ansiosa e insicura, vagamente nevrotica: «Dovrebbero essere d’aiuto agli altri, ma sembra che siano loro ad aver più bisogno d’aiuto». Replico invocando la scarsa rappresentatività del campione, poco numeroso e composto soprattutto da giovani colleghi, e appellandomi alla possibilità che, come accade d’altronde in ogni categoria professionale, possano esserci persone non all’altezza del proprio ruolo. Non lo convinco, ma soprattutto non convinco nemmeno me stessa.

C’è una statistica semiseria che circola tra colleghi con qualche capello grigio, sulla percentuale di nevrotici tra le matricole di psicologia, attestata stabilmente ogni anno al 100% da quando la facoltà è stata istituita. Ci si iscrive a psicologia, ma così come ai vari corsi di counseling improntati alla relazione d’aiuto, con la motivazione esplicita di voler conoscere meglio l’affascinante mondo della psiche ed essere di sostegno agli altri attraverso la propria capacità di ascolto, ma dietro quest’ottimo proposito c’è sempre qualcos’altro. Che sia una dolorosa esperienza di abbandono o di perdita, un incidente di percorso che ha deviato la rotta o anche solo qualche conto col passato che non torna,

dietro il desiderio di conoscenza e aiuto dell’altro si nasconde invariabilmente una domanda, ancora inespressa o solo accennata, di cura delle proprie ferite.

La maggior parte dei giovani psicologi riesce a incanalare questo bisogno in un lavoro di elaborazione personale dei propri vissuti prima di incontrare il primo vero paziente, ma per qualcuno questo processo di consapevolezza può richiedere più tempo. La difficoltà a prendere coscienza della propria sofferenza si traduce così in un senso di disagio col dolore altrui, che riesce a essere maneggiato solo con test e questionari o viene colmato con un accumulo di diplomi, corsi e certificazioni che attestino la propria professionalità. Un’inutile e dispendiosa esibizione di tecnica al solo scopo di «far finta di essere sani», per dirla con Gaber.

Dietro ogni psicologo c’è una ferita, la differenza è che i professionisti che sanno fare bene il proprio mestiere non l’hanno ignorata, se ne sono presi cura e hanno compreso come questa cicatrice non solo non vada nascosta, ma sia invece uno dei mezzi più potenti per entrare in contatto con la sofferenza dell’altro. Come il centauro Chirone, che dopo essere stato colpito da una freccia di Eracle mette la propria ricerca di una cura al servizio degli altri, così gli esperti della psiche riescono nel loro intento solo se sanno mettere in campo le loro risorse di “guaritori feriti”. Il che non significa capire la sofferenza altrui perché l’ho provata anch’io, ma esattamente il contrario, perché solo chi ha riconosciuto il proprio dolore riesce a non confonderlo con quello dell’altro.

Quindi no, non leggiamo nella mente, non siamo granché d’aiuto se facciamo “quattro chiacchiere” con qualcuno, non siamo sempre pacati e irreprensibili però sì, forse siamo un po’ matti, perché abbiamo la follia di pensare che per curare non serva annientare i propri demoni, ma ricordarsi invece sempre dove hanno abitato.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

2 Comments

  • Molto emozionante. Complimenti! Sono una psicologa relativamente giovane ma vedo proprio la differenza tra chi fa questo lavoro per curare e per curarsi. Credo sia fondamentale anzitutto occuparsi di se stessi attraverso una buona e sana terapia e solo così possiamo poi porci in una relazione di cura con un’altra persona.

    • Grazie Monica. La terapia è sicuramente uno degli strumenti più potenti che abbiamo a disposizione per prenderci cura di noi stessi, anche se la cura di sé ha più di un rimedio e bisogna conoscere e sperimentare per trovare quelli che ci si adattano meglio.
      A presto e continua a leggere FuoriTestata!

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