Attualità

“Chissà com’è il mondo visto da te”

L’ostentazione della propria ignoranza non è più una rarità. Al di là del facile (e scontato) giudizio, uno sguardo sulla diversità che forse ci riguarda più di quanto pensiamo

Quella che sto per raccontare sembra a prima vista una storia lineare e dal giudizio facile.

Due influencer, molto seguiti dai giovani, pubblicamente si ritrovano a dover ammettere di non conoscere nozioni culturalmente fondamentali: chi è Strehler e chi ha scritto il celebre incipit della “Divina Commedia”. Entrambi ammettono la loro ignoranza senza esitare, senza perdere convinzione, senza tentare di rimediare, senza curiosità verso lo sconosciuto: “Oh raga, ma chi caxxo è Strehler?” dice il primo; “Il 90% delle persone che ha commentato dandomi dell’ignorante non sa chi sia Dante, quindi non fate figo solo perché va di moda insultarmi”, afferma la seconda. 

A questo punto potrebbe sembrare normale, se non doveroso, iniziare una riflessione sul fenomeno dell’ignoranza come valore guida che attrae le nuove generazioni, sulla scomparsa della vergogna, sull’importanza di sapere per poter ammettere di non sapere. Sarebbe il momento in cui probabilmente cercherei di alzare il livello della conversazione con riferimenti culturalmente ricercati e profondità di analisi e ricerca. In realtà, però, mi accorgo di essere a disagio in questa narrazione. Sto facendo una cosa troppo faticosa per la mia mente che, in cerca di appigli nozionistici e culturali di spessore, si perde al primo rigo in queste giornate caldissime?

Probabilmente sì; tuttavia questa risposta non mi convince, a me piace fare fatica e mi piacciono le sfide. Il tema non mi interessa e queste notizie non catturano la mia curiosità? Lo escludo. Perché ho voglia di pensarci, cerco il confronto e, nell’ultima settimana, ho aperto questo dibattito con chiunque avesse disponibilità a parlarne.

Poi, come spesso accade, mi balza in testa una canzone, in questo caso di Brunori SAS: “Secondo me, secondo me, […] chissà com’è invece il mondo visto da te?”. 

Scelgo di credere che l’essere umano tenda naturalmente all’evoluzione, alla piena realizzazione di sé: per questo voglio che questa storia sia una storia di domande, non di affermazioni, di domande che aiutano a scoprire; una di quelle storie che, se lette, possono aiutare chiunque a, come direbbe Zerocalcare, smetterla di passare la vita cercando di strappare lungo i bordi immagini preconfezionate.

E allora mi chiedo: quando una nozione culturale diventa fondamentale? E ancora, cosa ci spinge a vivere facendo della mancanza di cultura un valore o comunque non riconoscendo più alla cultura un ruolo di emancipazione e di affermazione? Qual è lo strumento di affermazione sociale desiderato dalle nuove generazioni?

Qual è oggi quel bene comune che supera per importanza il bene individuale e, quindi, se non raggiunto porta a vergogna? La cultura, forse, non lo è più, ma cosa la sostituisce? Quali consapevolezze importano oggi se non importa più la consapevolezza del sapere?

Voglio lasciare aperte queste domande, davvero complesse, ma non prima di raccontare due aneddoti che possono aiutare nella riflessione: ascoltavo Alessandro Barbero al Salone Internazionale del Libro di Torino nel 2017 parlare dell’importanza della storia e della letteratura; immagina, diceva lo storico, di vivere senza sapere che qualcuno prima di te si è già trovato in una situazione simile o vivere sapendo che altri prima di te si sono già trovati, fa una bella differenza; la storia non ti risolve tutti i problemi, non ti assicura di non fare anche te un sacco di errori, ma ti dà una collezione di esempi, una carta in più da usare nella vita. Chissà come reagiva Strehler al non sapere? O se la Divina Commedia tratta il tema della condanna pubblica tanto sentito dalla nota influencer?

Il secondo aneddoto parla di nonna, la mia nonna: aveva fatto la quinta elementare, me la ricordo quando mi guardava studiare sui grandi libroni universitari; nel suo sguardo, come in quello dei nostri influencer, non c’era curiosità di sapere, non c’era amore per la conoscenza, lei ignorava e non voleva colmare quella mancanza; non provava vergogna o disagio davanti alle mie mille domande e non perdeva di convinzione davanti all’ammissione di non sapere; in lei, tuttavia, non osservavi distacco, né qualsiasi altro giudizio sul “cosa io stessi facendo”, nel suo sguardo potevi leggere solo la voglia di starmi vicino in quel momento, mentre studiavo ciò che mi appassionava, mentre costruivo il futuro con le mie possibilità. Lei era tutta un’altra storia, bella uguale, ma diversa.

Counselor, formatrice manageriale. Lavora con adulti e adolescenti per l'orientamento professionale, lo sviluppo di carriera e il personal branding

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