Anche tu vai a lezione di Nirvana? Certo: cantando Occidentali’s Karma

Il tormentone dell’ultimo Festival di Sanremo ha innescato un’epidemia di Buddismo fai da te che ha contagiato anche gli psicologi

Non c’è scampo ad Occidentali’s Karma. La canzone vincitrice dell’ultimo Festival di Sanremo è ovunque: tutti la ascoltano, tutti cercano di carpirne il senso o anche solo di comprenderne le parole. Tra queste persone c’è mia madre, che sapendo dei miei recenti studi di meditazione presso un centro buddista, ha esordito qualche sera fa, facendo scattare la centomilionesima visualizzazione del brano su YouTube: «Ma quindi anche tu vai a lezione di Nirvana? Spiegami, vorrei capire: che cos’è lo skarma?». Dopo una premessa sul genitivo sassone, mi sono arresa confessando che a quella lezione ero assente.

Mia madre non è l’unica ad avere un po’ di confusione di fronte al lessico orientale, ormai stabilmente inserito nella nostra cultura come generico sinonimo di “relax” e “antistress”, tanto che ci sembra normale trovare una statua di Buddha nel bagno del centro massaggi o praticare Yoga in palestra come se fosse una forma di stretching acrobatico. Una tendenza che ha contaminato anche il campo del benessere psicologico con la mindfulness, un protocollo terapeutico messo a punto dal biologo americano Jon Kabat-Zinn a partire da insegnamenti e pratiche meditative della tradizione buddista e che sta conoscendo un successo inarrestabile: tutto ormai è mindful, dal mangiare (mindful eating) al correre (mindful running), l’uomo occidentale sembra aver scoperto improvvisamente che una mente attenta e consapevole ha i suoi vantaggi. È partita così tra i professionisti la corsa alla certificazione per poter insegnare la nuova tecnica, in una giungla formativa di (pochi) corsi che prevedono un severo training preliminare seguito da ritiri di meditazione di alcuni giorni, e moltissime soluzioni fast-food, che promettono lo stesso risultato con una dozzina di week-end di lezione d’aula a 3 zeri.

Con 15 euro in tasca e il desiderio di seguire una terza via ho deciso di andare a studiare la mindfulness lì dove è nata, da coloro che la insegnano da secoli chiamandola con altri nomi, in un tempio che appartiene alla stessa tradizione tibetana dell’ultimo Dalai Lama e offre la possibilità di seguire incontri con un monaco senza obblighi di conversione. Dopo anni di università e formazione fatta di slide, dispense e attestati non ero preparata a un luogo che somiglia alle antiche scuole di filosofia, in cui si rimane in piedi ad attendere che il maestro si sieda sul suo cuscino, dove si ascolta in silenzio e gli allievi parlano solo per porre domande quando interrogati. Anche i monaci sono diversi da come li avevo immaginati: sono uomini che vivono nel mondo, sensibili alle esigenze della contemporaneità, e accanto a testi dell’anno 1.000 citano ricerche di «Nature» e «Science», e guardano con interesse e curiosità agli sviluppi delle neuroscienze e della psiconeuroimmunologia, specialità che solo ora iniziano a svelarci i meccanismi di quelle intuizioni sull’unione mente/corpo a loro noti da centinaia di anni.

Condividendo lo stesso obiettivo di trasformazione interiore dell’essere umano attraverso l’esperienza diretta, buddismo e psicologia si ritrovano spesso a descrivere concetti simili sotto etichette diverse, e percorrendo strade distanti arrivano a impensabili punti di convergenza.

In questo contesto di scambio e apertura l’idea che la meditazione di consapevolezza sia diventata la base per un nuovo approccio psicologico non appare quindi loro come un sacrilegio, ma come una preziosa opportunità di arricchimento reciproco. Quella che però era nata come una rivoluzionaria fusione tra saggezza secolare e metodo scientifico si sta trasformando in un nuovo business della salute. Molti professionisti della psiche, ansiosi di fornire risposte facili alle molte persone in cerca di cambiamenti rapidi e immediati, si muovono come colonialisti in terre straniere, saccheggiando migliaia di anni di tradizione e cultura per farne amuleti a forma di mindfulness contro lo stress e la fatica di vivere. In questa conquista occidentale dell’Oriente, che attinge a una sapienza antica per rivenderla nel supermarket del benessere, anche noi psicologi abbiamo le nostre responsabilità. La prossima volta che sentiremo gridare «Alé» in risposta a «Namasté» dovremmo renderci conto che un po’ è anche colpa nostra.

Luisa Piroddi
Psicologa

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

2 Comments

  • Brava Luisa! Concordo pienamente con il fatto dello impacchettare e svendere l’antica cultura orientale. Bellissima analisi!
    Mitica anche M. e l’aggettivo sassone!
    Un abbraccio!

    • Grazie Francesco! Dobbiamo molto alla tradizione orientale e invece ne stiamo facendo paccottiglia da negozio di souvenir per il nostro interesse. Se potessero i monaci si metterebbero le mani nei capelli.
      A presto e continua a leggere FuoriTestata!

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